- Furti minori 431
- Furti in casa 93
- Furti lungo le strade extraurbane 71
- Furto di bestiame 44
- Furto con violenza 31
- Grandi furti 9
- Ricettazione 8
- Truffa 7
- Falsificazione di documenti e banconote 4
- altro 35
- totale 733
Elizabeth Beckford, 70 anni, il suo crimine fu di aver rubato 12 libbre (circa 5 kg) di formaggio
Thomas Hawell, bracciante, il suo crimine fu di aver rubato una gallina
Elizabeth Powley, 22 anni, disoccupata, il suo crimine fu di aver fatto irruzione in una cucina per rubare della pancetta, farina, uva passa e burro, condannata all'impiccagione, pena poi commutata
Thomas Chaddick, indiano d'America, guidato dalla fame in un orto, il suo crimine fu di aver rubato 12 cetrioli
William Rickson, 19 anni, bracciante, aveva provato a rubare della biancheria e dei libri
James Grace, 11 anni, aveva rubato dei nastri e della seta
William Francis, aveva rubato un libro dal titolo Conto riepilogativo dello stato fiorente dell'isola di Tobago ad un gentiluomo di nome Robert Melville
John Wisehammer, 15 anni, aveva rubato una scatola di tabacco da sniffo
Dorothy Handland, la più anziana, 82 anni, condannata per spergiuro. Giunta a Sydney, presa dalla disperazione, si tolse la vita impiccandosi ad un albero: fu il primo suicidio registrato in Australia.
Questi non sono i defunti dell'Antologia di Spoon River, non è una creazione della fantasia di qualche poeta o cantautore, questi sono solo alcuni dei nomi dei prigionieri, condannati ai lavori forzati, presenti sulla prima flotta che salpò da Londra nel 1787 per giungere nel Nuovo Galles del Sud.
Furono pescati a caso, nella corrente dei crimini che inondava l'Inghilterra del XVIII secolo, corrente la cui sorgente era una sola: la fame e la miseria di tanti ed il privilegio di pochi (come sempre).
Ma in realtà 'a caso' è l'espressione meno corretta: la maggioranza di loro era tra i 16 ed i 35 anni, il 44 % erano braccianti delle campagne, ma c'erano anche carpentieri, muratori, falegnami, marinai, calzolai, e molti altri ancora. Tra le donne segnalate come disoccupate, alcune erano prostitute.
Tutte le maestranze erano rappresentate, tutti utili e abili a costruire le fondamenta dell'Impero di Sua Maestà Britannica. Tutti scelti appositamente da una 'Giustizia' non proprio bendata. Tutti poveri, prigionieri, e quindi privi di libertà; tutti forzati al lavoro, quindi, in poche parole, schiavi.
Nonostante questo, nonostante il viaggio affrontato stipati nelle stive delle navi, senza sportelli d'areazione, nonostante la febbre, le malattie e le condizioni igieniche che mieterono molte vittime, in Inghilterra si accese la polemica tra le classi abbienti. Molti accusavano il governo di mandare dei criminali incalliti a fare un viaggio premio in terre dove avrebbero potuto arricchirsi senza pagare le tasse. Dicevano che questo era un incentivo a delinquere!
Per capire un paese, ne devi conoscere la storia e Robert Huges, grazie al suo libro The fatal shore, in Italia La riva fatale (edito dall'Adelphi), ci narra la genesi della moderna società australiana. Un libro capace lentamente di comporre un affresco che ci restituisce la dimensione sociale dell'Inghilterra di fine Settecento, dilaniata dalla rivoluzione industriale e dalla crescente urbanizzazione che trascinava nella povertà milioni di persone. La società abbiente si sentiva minacciata dall'aumentare dei crimini contro la proprietà, le strade si facevano luoghi sempre più minacciosi e il senso di insicurezza si diffondeva tra i gentiluomini e le gentildonne inglesi. L'Inghilterra liberale non poteva però tollerare la costituzione di una società più controllata, affidando troppo potere alla Polizia. Altre strade dovevano essere trovate. I carceri, che non eran statali ma bensì proprietà privata di ricchi signori, duchi e perfino Vescovi, si stavano trasformando da fonte di ricchezza a luoghi sovraffolati e quindi a rischio epidemie e rivolte. Inoltre la Rivoluzione Americana aveva posto fine alla vera e propria tratta di prigionieri che venivano venduti dai padroni delle carceri ai proprietari terrieri nelle colonie del nord America per lavorare come forzati, cioè schiavi.
Una soluzione andava trovata e la guerra contro gli olandesi dette al governo di Sua Maestà l'occasione per prendere due piccioni con una fava: colonizzare le terre scoperte dal famoso Capitano Cook, chiudere in una morsa i nemici per la conquista della ben più ambita India, occupare una terra che doveva essere ricca di legname per le navi (paragonabile solo al petrolio dei giorni d'oggi) e trovare una valvola di sfogo per l'utilizzo dei prigionieri, catturati tra le classi povere in Inghilterra.
L'Australia divenne così l'incubo per ogni convitto; le lettere dei pochi che sapevano scrivere raccontano l'ansia con cui affrontavano un viaggio senza ritorno, la loro paura, la disperazione per non poter mai più tornare a casa e riabbracciare i propri cari, il terrore di una terra che aveva la fama dell'Inferno, i lavori forzati, le punizioni corporali e la vita bestiale a cui erano stati condannati.
Robert Huges racconta questo e altro: narra dei campi di prigionia e lo fa non in modo anonimo, ma anzi alcune volte riesce anche a ricostruire i nomi e le storie individuali di questi dannati, riportando alla luce le loro fughe, i tentativi vani di gente ignorante, nata e cresciuta nei docks di Londra e strappata ai propri cari, che ignara della geografia, pensava di poter raggiungere la Cina a piedi, trovando invece solo il deserto e spesso la morte.
Per gli australiani, questa è una storia dura a sentire; fino agli anni '70 e '80, era addirittura celata e volutamente dimenticata. Secondo Robert Huges, uno dei motivi per cui i coloni australiani non hanno mai sviluppato un sentimento di indipendenza come gli americani, sta proprio nel fatto di aver voluto cancellare la propria storia per voler essere a tutti costi considerati al pari degli uomini liberi inglesi, cittadini rispettabili dell'Impero.


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