Odissea, Libro I

'Many were the men whose cities he saw and whose mind he learned'

'Di molte genti vide le città e la lor indol conobbe'
Odissea Libro I

giovedì 16 maggio 2013

il giro del mondo in 313 giorni

Che strano tornare ad Auckland, fa una strana sensazione.
Ripercorrere le stesse strade in campervan o a piedi, mentre riaffiorano i ricordi di quei giorni invernali di luglio quando siamo arrivati qui la prima volta oramai un anno fa, insieme alle sensazioni e ai sentimenti che li accompagnavano, è strano.
Mi rammento i pensieri, i progetti confusi, l'attivismo di quelle prime settimane. La ricerca di una casa, i primi contatti, la visita alla Dante, l'appuntamento con Flavia e Jacopo, dalla cui casa oggi scrivo perché siamo stati gentilmente e calorosamente da loro ospitati.
Abbiamo ritrovato questa città un po' più tiepida di come l'avevamo lasciata, ma umida allo stesso modo. Abbiamo anche già rincontrato Bogdan, l'amico russo, che è riuscito a ritornare da queste parti.
Qualche negozio ha chiuso, qualche nuovo ha aperto.
Il nostro ultimo tragitto è stato più rapido e meno intenso della prima settimana, ma ha avuto comunque qualche momento emozionante, soprattutto per Dede. Quando abbiamo fatto la traversata con il traghetto tra Picton a Wellington, lì nel canale tra le due isole, un branco di delfini ha incrociato il suo cammino con il nostro, regalandoci uno spettacolo emozionante. Schiere di delfini saltavano e correvano, disegnando archi sulla superficie dell'acqua. Sembrava una dimostrazione circense acquatica, preparata in settimane di allenamento, quando in realtà era la naturale espressione dell'intelligenza e della creatività di questi nostri fratelli del mare.
Adesso manca una settimana esatta e poi il rientro. Un volo lungo un giorno, ma questa volta attraversando il Pacifico, il continente americano e poi l'Atlantico, mangiandoci un giorno e tornando indietro nel tempo, poiché passiamo per il meridiano opposto a Greenwich.
Tenendo conto il viaggio d'andata, Milano-London-Cina-New Zealand, con questo rientro possiamo dire di aver fatto il giro del mondo.
Il giro del mondo in 313 giorni!






lunedì 13 maggio 2013

Un documentario



Attraversato da sud a nord tutta la terra dei Fiordi, ci siamo diretti verso il Westland, assistendo, lungo un tragitto tortuoso, ad un cambio repentino di paesaggi e clima. Dalla zona dei laghi e delle montagne siamo scesi giù per l’unica strada che collega le due regioni. Questa si attorciglia e scende rapidamente dalle montagne, all’interno di una foresta che cambia e muta fisionomia mano a mano che si scende di altitudine. Da un tipico paesaggio alpino si passa ad una vera e propria foresta pluviale, verde, lussureggiante, rigogliosa, caratterizzata dalla tipica sagoma della chioma degli alberi di felce che sbucano ovunque dal fitto bosco.
E dato che si tratta di foresta pluviale, anche il cambio di clima non si è fatto attendere. Immediatamente, appena abbiamo varcato il passo e abbiamo iniziato la discesa, ci siamo ritrovati sotto una fitta pioggia ininterrotta ed instancabile che ci ha accompagnati per tutto il giorno e tutta la notte, dandoci completamente la sensazione di trovarci in uno di quei film ambientati in qualche zona tropicale.
Una volta giunti sulla costa che era già notte, siamo riusciti a trovare rifugio in una locanda lungo l’unica strada della regione. La locanda è il primo edificio di uno dei pochissimi villaggi che si trovano in questo distretto, vasto quanto un’intera regione italiana. Non dovete pensare ai paesini europei, costruiti come presepi, compatti, con edifici in pietra o mattone. Questi piccoli villaggi sono costituiti da pochissime famiglie che vivono in qualche casa fatta di materiali prefabbricati, compensati, carton gesso e tetti in lamiera. Hanno un aspetto umido e fragile ed in effetti sono abitazioni umide che si consumano nel giro di qualche decennio, essendo sottoposti alle intemperie del posto. Il ristoro dove abbiamo dormito e mangiato, era frequentato da gente del posto, ancora in veste da lavoro, chiassosi e abbirrazzati, intenti a giocare a biliardo e ad insultare i loro cugini australiani.  Al di là del bancone dell’oste, attaccato al muro, la televisione trasmetteva le immagini di una trasmissione dedicata ai ricercati locali, descrivendoli con dovizia di particolari, mostrando le loro foto segnaletiche ed invitando i telespettatori ad avvertire la polizia nel caso di avvistamento.
Il giorno dopo siamo stati graziati dal tempo e ci siamo svegliati con un cielo terso e aperto. Il che ci ha permesso di prendere una strada sterrata e di inoltrarci nella foresta pluviale, fino ad arrivare sulla spiaggia, da cui poi abbiamo proseguito a piedi lungo un sentiero di circa 5 ore. Anche questo piccolo track è stato sorprendente e all’altezza delle aspettative. Per un’ora abbiamo prima camminato lungo l’enorme spiaggia oceanica che corre lungo tutta la Westcoast. Essa è amplia e fatta di sassi, sulla quale sono adagiati qua e là, come se fossero relitti di navi naufragate, tronchi d’albero strappati dalle intemperie alla vegetazione. Successivamente il tracciato piega verso l’interno attraversando una piccola laguna stagnante che si trova alle spalle della spiaggia. Si attraversa lo specchio d’acqua su cui si riflettono le alte montagne innevate che ancora si vedono alle spalle, usando due lunghi ponticelli in legno, uno dei quali è rotto a metà, costringendoci ad un passaggio su un tronco poggiato tra il ponte monco e la terra, regalandoci anche una piccola illusione di avventura. Lasciata la laguna, il tracciato sale su una scogliera a strapiombo sul mare, immergendosi questa volta per ben 2 ore e mezzo dentro la foresta pluviale. Il tragitto è stato emozionante poiché, pur essendo sicuro, dava l’idea di essere immersi in una delle grandi foreste pluviali che ricoprono le zone tropicali. Il fresco, i gorgheggi degli uccelli che paiono delle vere e proprie composizioni, il verde intenso si mescolano con il fragore dell’oceano che si sente in sottofondo con le sue alte onde. Dopo questo lungo cammino, il sentiero scende e finisce in un’altra spiaggia, simile alla precedente, ma chiusa alle spalle dalla scogliera di roccia e terra alla cui sommità c’è la foresta e dalla quale scendono a cascata dei torrenti. Alla fine di questa spiaggia, schiaffeggiata da enormi cavalloni oceanici, abbiamo potuto godere di un incontro per noi spettacolare, vera ragione di questa nostra fatica. Una piccola colonia di foche, distese a prendere l’ultimo sole autunnale e in totale relax, osservando il mare con le sue onde. È stato come in un documentario. Ci siamo avvicinati, piano piano, per non spaventarle. Dede si è avvicinata più che poteva. Loro ci hanno visto e ci hanno osservato con quei loro grandi occhi, neri e dolci, alzandosi ritte come fari sulle loro enormi pinne, guardandoci come per misurare le distanze.
Un’altra grande emozione! Grazie New Zealand, grazie Aotearoa!
















venerdì 10 maggio 2013

Tra le fiabe


Una volta preso il campervan, il nostro viaggio ha subito rivelato la sua natura: un percorso ondulato, che si muove tra colline, per poi salire su pendii di paesaggi alpini ed infine liberarsi dritto fino all’orizzonte lungo vallate ampie. Un viaggio lungo una strada quasi magica poiché corre lungo il sottile confine tra il mondo rurale e la natura ancora incontaminata, che nell’isola del sud è ancora possibile vedere e scorgere da lontano. Tale mondo appare ancora vergine e quindi magico.
Percorrendo un centocinquanta km al giorno lungo strade statali o anche sterrate, abbiamo intravisto le terre di Meaddle earth attraverso le distese erbose, color bianco argento, attraversate da mille piccoli corsi d’acqua che si intrecciano tra di loro formando una trama visibile soltanto da qualche punto che permette una visuale panoramica. Queste costituiscono il manto di intere vallate che si aprono improvvisamente alla vista, incastonate tra catene di alte montagne verdi, ricoperte da boschi muschiosi, ed il tutto sotto cieli profondi e azzurri. Continuando per strade sterrate, tranquillamente percorribili, si possono raggiungere le montagne alte e innevate, svettanti nel cielo, che segnano i confini delle terre di Risengard. Tutti questi paesaggi, che solo in alcuni casi si fanno avvicinare, lasciano intravedere mondi fantastici e immaginari. A piedi ci siamo inoltrati mei fitti, umidi e freddi boschi di Fardon, con un sottobosco ricoperto da vecchi tronchi abbattuti dal tempo e ricoperti da verdi muschi. Lì, in quel silenzio, si possono scorgere sentieri immaginari per il mondo degli elfi, creature magiche, che un tempo popolavano le foreste dell’Europa centrale e che qui si son rifugiate. Ma il viaggio è proseguito fin su verso i passi, già coperti di neve, con sentieri che si arrampicano su per le gole. Guardando quelle vette rocciose, ricoperte da nevi e nubi, ci siamo sentiti veramente ai confini con quei mondi, così ben descritti nel ciclo del Signore degli anelli.
I suo spazi aperti ed incontaminati, la sua natura fiera, capace di donarti lunghe ore di silenzio incredibile, i suoi angoli e scorci mozzafiato, sono a portata di mano, facili da raggiungere.  Nei giorni precedenti siamo arrivati sulle rive di un lago abbastanza grande, incastonato tra montagne boscose, ricoperte da un tappeto di muschi color verde smeraldo. Anche l’aria fredda e frizzante appena addolcita da un tiepido sole, contribuiva a questo spettacolo. Ecco, sulle rive di questo lago, non ci abita neanche un essere umano.
Ci passiamo, magari ci sostiamo per una notte, ma nessuno di noi vi ci dimora.
In queste terre ai confini del mondo abitato, così simili per fisionomia e per clima all’Europa di un tempo, sopravvivono in una zona d’ombra, al confine tra la veglia ed il mondo dei sogni, i mondi fiabeschi.
Ma un tempo ormai passato, queste terre hanno avuto altri padroni e hanno alimentato altri miti e altre leggende. Non gli elfi, non gli hobbit, non gli orchi. Un tempo queste regioni erano territorio di caccia delle antiche tribù maori, giunti qui ottocento anni or’ sono, dopo un viaggio che ha dell’incredibile, da far impallidire qualsiasi odissea ellenica: settimane di navigazione in canoa attraverso l’Oceano Pacifico dall’isole Cook, verso terre e mari dove nessun uomo era mai giunto prima. Fino a giungere sulle spiagge di Aotearoa. Costoro vivevano e popolavano la parte nord dell’isola durante i mesi freddi e scendevano a sud, tra le vallate ed i fiordi incontaminati per cacciare gli enormi Moa, uccelli imponenti, alti più di un uomo, cacciati così a lungo e senza alcun freno dai Maori, fino alla loro estinzione.
Che metafora perfette della nostra specie!
























sabato 4 maggio 2013

Tra il regno di Aragon e quello degli elfi

La parte finale del nostro viaggio è stata segnata da un'ultima fatica. Prima di lasciare il mondo degli uomini per quello degli elfi, dei nani e degli hobbit, il regno di Aragon ci ha voluto far sentire il peso della sua esistenza, ci ha voluto ricordare che non solo Mordor riesce a vedere e controllare ovunque grazie al suo enorme occhio, ma anche il governo degli uomini può, per effetto del "grande fratello".

L’arrivo nella nuova terra del mare era stato preannunciato difficile già da Sydney, dove essendoci presentati all’aeroporto con tre ore di anticipo per effettuare il check-in, abbiamo incontrato i primi problemi legati apparentemente al passaporto di Dede. Volevano avere la sicurezza che noi avevamo il biglietto per ucire dal paese in cui ci stavamo recando, ed in particolare ci hanno fatto capire che era la polizia a porci dei problemi. Una volta giunti a destinazione, siamo stati accolti da un comitato di accoglienza composto da due poliziotti in divisa, un cane della cinofili ed un signore in borghese. Costoro erano situati alle spalle della barriera dei casotti in cui normalmente si trovano i poliziotti di frontiera che controllano i passaporti ai viaggiatori in entrata. Appena ci hanno visto, il tipo con il cane è stato subito mandato via, mentre gli altri due ci hanno aspettato. Dobbiamo dire che sono stati gentilissimi, ma ci hanno sottoposto ad un’ora di intrattenimento, a base di domande sempre più particolareggiate, incalzanti e precise. Hanno iniziato a porci i loro quesiti già fin da dietro i casotti, in particolare a me hanno chiesto se per caso, quando eravamo stati ad Auckland l’anno scorso, avevo messo degli annunci su internet a proposito di lezioni private di italiano. A quel punto abbiamo capito subito di che cosa si trattava e ho teso a rassicurarli che non ero mai stato contattato da nessuno per delle lezioni (in verità qualche nottata dopo, pensando e ripensando, mi sono ricordato di una telefonata stranissima che ricevetti ad Auckland un anno fa da un tipo che voleva delle lezioni di italiano e che continuava insistentemente a chiedermi il costo senza però aver la risposta da lui sperata). Comunque non era mia intenzione chiedere denaro, poiché sappiamo che non possiamo lavorare con un visto turistico e così ho detto ai lor signori. 
Dopodiché ci hanno portato in uno stanzino, ci hanno fatto accomodare e il signore ha tirato fuori una serie di stampe fatte da internet. Lì ci siamo resi conto che ci stavano osservando da tempo, avevano i nostri profili Facebook, linkedin, ed in particolare la foto di Dede su questo sito. Quando ha cominciato a fare riferimento a nostri dichiarazioni su internet a proposito delle nostre intenzioni di lavorare e vivere in New Zealand, ovviamente abbiamo raccontato in modo sintetico il motivo del nostro arrivo nel loro paese un anno fa. Allo stesso tempo, abbiamo precisato che il tutto è avvenuto in modo legale e sotto la luce del sole: abbiamo raccontato che siamo stati a Londra all’ambasciata neozelandese più di un anno fa, che ci siamo iscritti al sito web del ministero dell’immigrazione del governo, che abbiamo studiato le leggi del loro paese. Il signore ha annotato tutto, facendoci capire che molte di queste informazioni le conoscevano già.
Inoltre  hanno voluto sapere cosa abbiamo fatto in Australia, così abbiamo dovuto mostrare il visto che avevamo ricevuto a Sydney per lavorare e studiare, i riferimenti dei nostri datori di lavoro, ed infine abbiamo dovuto far vedere le nostre carte di credito. Il signore ha espresso la propria approvazione per la nostra franchezza nel dare queste informazioni, ma fino all’ultimo ha dimostrato di volersi appurare della veridicità di tali notizie, ma  soprattutto ha voluto che noi fossimo consapevoli di una cosa: che loro sanno e ci stavano osservando.
Devo dire che il tutto ci ha dato un po’ fastidio, poiché ci è sembrato un’esagerazione, infatti alla fine abbiamo chiesto, per la verità in modo un po’ ironico, se avevamo il diritto di girare per il loro paese. 
Per il momento, per quel che riguarda la prosa, questo è tutto. Intanto godetevi le immagini del mondo ai confini tra il regno di Aragon e quello degli elfi.
































mercoledì 1 maggio 2013

Il mondo è tondo

Per alcuni non è una novità, per altri è una sorpresa, ma abbiamo deciso di far ritorno e, per la precisione, continuando a puntare verso est, completando così il nostro giro del mondo. Perché tornare?
La prima risposta che viene in mente è semplice ed immediata: non abbiamo trovato quello che cercavamo. E senza il minimo tentennamento, ritengo di poter dire che ci abbiamo provato e anche seriamente. Forse, con il senno di poi, ma anche con il senno di prima, si può e si poteva dire che l'entusiasmo e la sicurezza iniziale erano eccessive. D'altra parte ci apprestavamo a fare un salto importante e il carico di speranze riposte in questo viaggio era grande. E allora dove abbiamo sbagliato?
Fare un bilancio non è facile, per il semplice motivo che siamo coinvolti fino in fondo. Ovviamente torniamo arricchiti, in primo luogo Dede ha una discreta conoscenza della lingua inglese, abbiamo visto posti che difficilmente possiamo raggiungere, ma soprattutto possiamo dire che ci abbiamo provato. Ma è altrettanto inutile negarlo, al di là delle giuste razionalizzazioni e considerazioni che un po' tutti siamo capaci di fare, che in questi ultimi due mesi ho anche sperimentato un qualche senso di sconfitta, misto anche ad un po' di vergogna nel tornare indietro. Non ho timore nel dirlo e nel riconoscerlo. Fa parte del gioco che abbiamo scelto di giocare.
Ma non pensiate che le cose siano così semplici e lineari, poiché anche sul piano emotivo i sentimenti e le emozioni provate sono stati contrastanti. Le ultime settimane le abbiamo trascorse come se fossimo divorati e digeriti lentamente da una irrefrenabile nostalgia di casa, degli amici, da una voglia urgente di tornare.
In ogni caso i motivi che ci hanno portato a questa scelta sono stati soppesati più di una volta e in numerose occasioni abbiamo cambiato progetto, ogni volta provando a prefigurare architetture di futuri possibili e ogni volta uno diverso dall'altro. Non vi dico come è stato faticoso anche questo laborio a cui è stata sottoposta la nostra parte emotiva.
Inoltre la nostra scelta è stata paradossalmente complicata proprio dall'aprirsi di una possibilità concreta di rimanere. Mi riferisco al l'offerta di sponsorizzazione che Dede è riuscita ad ottenere, tra l'altro senza neanche chiederla.
Il fatto è che tutto sarebbe stato troppo complesso e soprattutto ad un costo troppo elevato per noi. E non parlo solo di costi materiali, che pure sarebbero stati alti. Pensate che avremmo dovuto spendere ancora altri 8000 aus dol, conteggiando altri mesi di scuola, necessari al superamento dell'esame di inglese ielts, più i costi vivi del visto. Ma "i costi" a cui mi riferisco, riguardano anche e soprattutto la qualità della vita. Poiché nonostante gli stipendi siano notevolmente più alti di quelli italiani, il costo della vita è eccessivo. Pensate che l'affitto di una camera doppia arriva a costare intorno ai 270 aus dollari alla settimana, dico alla settimana. Figurativi quanto può venire una casa. Il che voleva dire continuare a condividere un appartamento, con tutti i problemi che la condivisione comporta. Io guadagnavo intorno ai 19,90 dollari l'ora mentre Dede ne prendeva 18. So gia quello che state pensando: "cazzo, che figata!". Ma un biglietto per andare al cinema il sabato sera arriva a costare intorno ai 43 dollari, una follia. Inoltre abbiamo ragionato anche sulla qualità del lavoro. Per quanto mi riguarda non c'è neanche da discutere, poiché tra fare l'operaio nell'hospitality (poiché questo faccio e non l'artigiano) e fare l'insegnante sottopagato, non c'è partita. Inoltre il contratto più diffuso è quello casual, che vuol dire che mi chiamano oggi e mi dicono oggi si, domani no, o come gira a loro. Infine il progetto di aprire una gelateria, ora come ora, con le conoscenze accumulate fino ad adesso su Sydney ed il suo mercato, è un azzardo. Ma anche per Dede la cosa non era molto rosea. Anche se si tratta della sua professione, il giro di affari del centro estetico è piuttosto circoscritto, non permettendo né a lei né alle sue colleghe australiane di lavorare sempre. Infatti Dede è arrivata a lavorare al massimo tre giorni la settimana. Avessimo avuto una decina di anni in meno e niente in Italia ad aspettarci da un punto di vista lavorativo, avremmo anche potuto fare la scelta di rimboccarci le maniche per 4 o 5 anni, stringere i denti, per poi cercare di inserirci bene. E per inserirsi bene intendo un lavoro buono, una casa e degli amici. Ma così, no!
Quindi, ce ne torniamo in Italia, ma non subitissimo, abbiamo ancora qualche settimana a disposizione e qualche soldino risparmiato in questi mesi di duro lavoro. Possiamo ancora girare un po', prima di rientrare. Per dove? Sorpresina...
E questo nostro rientro è un po' come un ripartire. Noi siamo cambiati un po' in questo viaggio e abbiamo dei progetti e dei sogni. Come al solito sono tanti e confusi e anche per questo non ve li raccontiamo.
Ma, al momento, la direzione è la stessa di sempre:

Seconda stella a destra,
questo è il cammino,
poi dritti fino al mattino,
non ci si può sbagliare perché,
porta all'isola che non c'è