Odissea, Libro I

'Many were the men whose cities he saw and whose mind he learned'

'Di molte genti vide le città e la lor indol conobbe'
Odissea Libro I

venerdì 30 novembre 2012

A spider in the Kitchen

Ieri sera, tornando da scuola e rincasando tardi, Dede mi ha chiamato con voce allarmata. Io, che stavo in camera al piano di sopra, un po' scocciato, sono sceso giù, quando ho visto ciò che Dede stava fissando innoridita: una bestia scura e pelosa, con le sue zampe articolate, comodamente stava sulla bianca parete della cucina. Non so quale fosse (probabilmente la seconda fotografia), ma era veramente impressionante. Abbastanza grande e cicciotto da coprire il palmo della mia mano, ha completamente soddisfatto le nostre aspettative. Erano mesi che aspettavo un incontro con uno di questi animaletti.

Wolf spider 

Brown trapdoor spider


sabato 24 novembre 2012

55 giorni all'alba!

Ci sono volute 8 settimane. O si potrebbe dire per la precisione 55 giorni.
Ma alla fine ce l'ha fatta!
A noi è sembrato un periodo lungo, troppo lungo, tanto che in alcuni momenti abbiamo rimesso in discussione seriamente la nostra permanenza in questa città.
Ma alla fine, ci è riuscita!
Alcune persone ci hanno detto che in realtà ci ha messo poco, che il tempo che ci ha impiegato non è tanto. Altre persone, a quanto dicono, hanno dovuto attendere molto di più per ottenere lo stesso risultato.
Lei, in poco meno di 2 mesi, è riuscita a sbloccare la situazione.
Dede ha finalmente trovato un lavoro.
Ovviamente vale la stessa regola che vale per me. Si tratta di lavoro casual, quindi per il momento va considerato un inizio, ma un inizio è pur sempre un punto di partenza!
Non è stato per nulla semplice: decine di curriculum portati a giro o spediti attraverso appositi siti internet. Cinque colloqui di lavoro, nei posti più disparati: dalla City al quartiere francese, dalle spiagge oceaniche del nord (1h e mezzo di autobus, che per Sydney è un tempo lungo) al quartiere italiano. Uno dopo l'altro i colloqui si susseguivano e non davano i risultati sperati: i manager esprimevano apprezzamenti per le capacità di Dede, la provavano con massaggi o altro, ma poi le mandavo SMS in cui spiegavano la loro decisione negativa. E il motivo era sempre quello: l'inglese.
Non tutti sono stati così, ha incontrato anche chi ha avuto la faccia tosta di chiederle soldi per un periodo di prova di una settimana, la bellezza di 600 $, cioè poco più di 500€.
C'è stato anche chi ha chiamato per telefono chiedendo un incontro immediato e, alla richiesta di Dede di darle un'ora e mezzo di tempo per permetterle di tornare a casa dalla corsa, farsi una doccia e raggiungere il negozio, si è sentita rispondere che se voleva veramente il lavoro doveva correre subito in mezz'ora.
Ma alla fine, ce l'ha fatta.
Nel pieno del quartiere italiano, nella strada principale del rione, dove si affacciano la costosissima scuola privata bilingue (retta dell'asilo: 150 $, cioè circa 120€, al giorno), l'associazione di comunità e un giornale in lingua italiana (con testata terribilmente destroide), e una moltitudine di ristoranti, bar e locali gestiti da italo-australiani, lì c'è questo centro estetico.
Come l'abbiamo trovato?
Beh, come spesso accade in questi casi, in un momento di particolare demoralizzazione, o giramento dei cosiddetti da parte di Dede, io mi sono messo al computer e ho inserito nella bocca del moderno oracolo virtuale quattro paroline magiche: spa, beauty therapist, Leichardt. La risposta è stata come al solito una confusa e lunga lista di link. Lì tra i primi quattro risultati, c'era il collegamento al sito internet di questo centro. Carino, completo, ma non dava alcun segno che avessero bisogno di personale, così ho utilizzato lo spazio appositamente predisposto per i clienti che vogliono prendere degli appuntamenti o fare delle richieste particolari, per avanzare la proposta di Dede. Il messaggio era ripreso del suo curriculum, cioè una presentazione molto semplice e lineare:
"Salve, sono Sylvie, un'estetista italiana con origini dall'Africa occidentale, 12 anni di esperienza, bla, bla, bla..."
Finito di scrivere, ho cliccato il tasto invio. Così dopo due, tre giorni, Dede si vede arrivare la risposta da questo centro che la invitava a chiamare per telefono per fissare un appuntamento.
La proprietaria è una signora ischitana, che vive in Australia ormai da diversi decenni e ha diverse attività in giro per Sydney. Segue il centro con l'aiuto di sua figlia che è nata qui in Australia, e quindi parla l'italiano e l'inglese.
Non so cosa abbia giocato di più a suo favore: la sua esperienza, le sue qualifiche o la particolarità di appartenere alla moderna e giovane Italia, multietnica e multiculturale. Sta di fatto che ha fatto colpo!
Molte di queste persone hanno lasciato la nostra penisola quando l'Italia era ben diversa da oggi: più povera, con meno risorse, ma soprattutto abitata quasi esclusivamente da italiani, eccetto le minoranze linguistiche storiche.
Quindi vedere una giovane donna provenire dall'Italia di oggi, con la pelle scura e lucente come la luna ed i capelli soffici come la lana, meraviglia, emoziona e per le persone di una certa apertura mentale, inorgoglisce anche.
Inoltre Dede ha una professionalità unica ed uno charme particolare a lavoro, che attira e strega allo stesso tempo. Alcune volte penso che dentro di lei viva lo spirito di suo nonno, il padre di sua madre, che nel villaggio dell'entroterra togolese, aveva un ruolo particolarmente importante: era un guaritore.
Non so cosa sia, ma le sue mani hanno un certo potere, una certa energia; sarà il calore che sprigionano, sarà il tocco, ma è enormemente piacevole sentirsi accarezzare da lei. Ovviamente io son di parte, ma pare che anche molti clienti lo siano.
E poi c'è la sua esperienza che conta; infatti la proprietaria ha da poco comprato un macchinario che viene dall'Europa, utile per un trattamento particolare e sembra che sia una novità assoluta per Sydney. Quando la titolare, tutta orgogliosa, lo ha mostrato a Dede, lei lo ha riconosciuto subito, perché in Italia lo si usa da alcuni anni. La signora quasi stentava a crederci, perché loro stanno cercando di capire come funziona e dovrebbero istruire il personale nel suo utilizzo. Così hanno chiesto a Dede di fare subito una dimostrazione su di loro e lei, non solo lo ha fatto, ma ha anche mostrato quali fantasie si possono fare con la suddetta macchina. Così, dopo qualche ora di prova in cui le hanno semplicemente fatto vedere come funziona il loro centro, quali sono le loro regole, le procedure e altre cose, sabato ha iniziato la sua nuova esperienza. Per il momento sarà solo il fine settimana, poi sta per andare via un'altra ragazza polacca a cui scade il suo student visa e Dede prenderà il suo posto.
Ahh, dimenticavo: è stata promossa nella scuola, dalla classe elementary è passata alla pre-intermediate e adesso va a scuola nelle ore serali, il che ci permette di risparmiare un bel po' di soldi. Ma questa storia, ve la racconteremo un'altra volta.

mercoledì 21 novembre 2012

Angiolieri/De Andrè: didattica dell'Ipotetica


Una lezione per Lyn

Periodo Ipotetico

E’ composta da una proposizione (clause) principale ed una subordinata . Questo periodo (phrase) esprime un’ipotesi che può essere di tre tipi: realtà, possibilità e irrealtà.



Realtà

Se hai tempo, vai al cinema.                    
 Verbo: indicativo presente + indicativo presente
Se oggi finisci il lavoro, domani andrai al cinema.        
 Verbo: indicativo presente + indicativo _____________
Se avrai tempo, andrai al cinema.         
Verbo: indicativo ___________ + indicativo ____________
Se hai sbagliato, pagherai.                     
Verbo: indicativo passato prossimo + indicativo _____________

Esprime un’ipotesi reale

Possibilità

Se avessi tempo, andrei al cinema           
Verbo: Congiuntivo imperfetto + condizionale presente
Andrei al cinema, se avessi tempo           
Verbo: condizionale presente + congiuntivo imperfetto

Esprime una possibilità teorica

ATTENZIONE:
NON SI PUO’ DIRE  Se avrei tempo, andrei al cinema
NON SI PUO’ DIRE Se avessi tempo, andassi al cinema


Esercizio
Completa la frase

Se mangi troppo zucchero,
Se non ti alzi presto,

Se io fossi maschio,
Se io fossi Primo Ministro,







Cecco Angiolieri (Siena, 1260 – Siena 1312 circa) appartiene alla “scuola” dei poeti comico-realistici e giocosi del tempo. Lo dimostra il sonetto che proponiamo qui di seguito.

S'i fosse fuoco[1], arderei[2] 'l mondo;
s'i fosse vento, lo tempestarei[3];
s'i fosse acqua, i' l'annegherei[4];
s'i fosse Dio, mandereil' en[5] profondo;
s'i fosse papa, allor serei giocondo[6],
ché[7] tutti cristiani imbrigarei[8];
s'i fosse 'mperator[9], ben lo farei;
a tutti tagliarei[10] lo capo a tondo[11].
S'i fosse morte, andarei[12] a mi' padre[13];
s'i fosse vita, non starei con lui;
similemente faria[14] da mi' madre.
Si fosse Cecco com'i'[15] sono e fui,
torrei[16] le donne giovani e leggiadre[17]:
le zoppe e vecchie lasserei[18] altrui[19]. 

Leggi prima il testo e impara le parole difficili.
Ascolta la canzone di De Andrè, con il testo del sonetto di fronte.
Riconosci i periodi ipotetici?
Prova a parafrasare il sonetto di Cecco, cambiando le parole.



[1] Se io fossi ( Congiuntivo imperfetto del verbo essere)
[2] Arderei= brucerei (Condizionale presente di ardere)
[3] Tempesterei (Condizionale presente del verbo tempestare)
[4] Condizionale presente di annegare
[5] l’ en= nel
[6] giocondo= felice
[7] ché= perché
[8] imbrigarei= ingannerei, imbroglierei (sono tutti condizionali presenti)
[9] = imperatore
[10] taglierei (condizionale presente di tagliare)
[11] taglierei lo capo a tondo= taglierei la testa in un colpo
[12] andarei= andrei (condizionale del verbo irregolare andare)
[13] = da mio padre
[14] faria= farei (condizionale presente del verbo fare)
[15] com’i’= come io
[16] torrei= prenderei (condizionale presente di prendere)
[17] leggiadre= graziose, belle
[18] lasserei= lascerei (condizionale presente di lasciare)
[19] altrui= agli altri

A testa in giù!!

Sorprendente!!! Ieri sera, Dede mi ha chiamato fuori per vedere le stelle ed in effetti era una serata adatta, perché appena sono uscito, sopra di noi si apriva un manto di colore blu scuro, illuminato da uno sciame stelle ben visibili. Così, mano nella mano, abbiamo cominciato ad osservare a naso all'insù il cielo australe e ad un certo punto, sopra di noi, è apparso Orione: bello, lucente, visibile con la sua cintura e la sua spada appena pronunciata, con le braccia aperte in segno di saluto. Solo che era strano, diverso, non era il solito Orione. Cos'era?!
"Ma certo!" dopo un attimo abbiamo compreso, "E' a testa in giù!"
O siamo noi a testa in giù?
Come sempre, in questo universo, dipende dai punti di vista.

lunedì 19 novembre 2012

Aussie

Ieri, per la prima volta da quando siamo arrivati a Sydney, siamo stati a pranzo a casa di una coppia di australiani. Abbiamo ricevuto l'invito dalla mia studentessa, l'avvocato, e ci ha ricevuto con suo marito nel suo bellissimo giardino in compagnia anche del simpaticissimo George, il pappagallo bianco con cresta color zolfo che Lyn, questo è il suo nome, ha adottato.
Sono due persone molto carine e gentili e ci hanno offerto un pranzo eccezionale, a base di salmone e varie altre portate semplici ma ottime. Il marito, Edward, è un medico in pensione che esercita la sua professione volontariamente solo due volte la settimana per tenersi in esercizio. La moglie lo vorrebbe costringere ad imparare l'italiano, facendo lezione con me, ma lui non ne ha la minima intenzione e fa resistenza attiva. Gli piace andare in Italia, condivide con la moglie una passione smisurata, e forse esagerata, per la cultura del nostro paese e comprende anche qualcosa della nostra lingua, ma si rifiuta ostinatamente di parlare o studiare l'italiano.
All'inizio, quando ci hanno fatto accomodare, ci sono stati degli attimi di silenzio un po' imbarazzanti. Avete presente quando nessuno sa cosa dire e chi prova a rompere il ghiaccio lo fa iniziando a parlare di argomenti scontati e banali? Ecco, una cosa del genere, ma poi abbiamo cominciato ad ingranare e a rodare e la discussione è partita sui temi più disparati.
La loro casa è stupenda, risale al 1880, ed è costruita totalmente in pietra, con un giardino davanti e dietro, dove si trova una fontana circolare senz'acqua, al cui centro c'è una copia di un putto del Verrocchio, di cui l'originale si troverebbe esposto al Palazzo Vecchio a Firenze.
La mia sensazione personale sulla giornata è stata particolare, perché è come se avessi vissuto un déjà vu. E' stato come se le ore passate con Lyn e Edward avessero qualcosa in comune con altre esperienze del passato. Poi sono riuscito a mettere a fuoco che c'era qualcosa che mi ricordava molto le volte in cui sono stato in compagnia della famiglia di Cosima. Ma non perché siano uguali di carattere, ma perché c'era qualcosa che li accomunava. Ci ho pensato tutto il giorno: non il lavoro, non la vocazione artistica, niente di tutto ciò. Alla fine mi sono reso conto di cosa fosse: sono anglosassoni, sono britannici, insomma sono di cultura inglese anche loro, e porca miseria se non si vede. Secondo me gli australiani hanno conservato un'impronta britannica inconfondibile, che per nulla si può rintracciare negli americani, nonostante anche quest'ultimi fossero una volta una colonia di sua maestà. Lo si vede da ciò che mangiano, lo si percepisce dal senso dello humour, lo si può notare dalla loro correttezza ma anche dalla loro estrema riservatezza. Certo sono australiani, non sono uguali agli inglesi, ma il legame e l'impronta c'è.
P.S.: Oggi son tornato a lavoro ed il manager-store, ancora scacchiato per i conti che non tornano, questa mattina aveva un motivo in più per essere di malumore. Il big boss gli ha vietato di mettere la musica che piace a lui nel negozio, obbligandolo ad usare solo la colonna sonora della compagnia, cioè una sequela infinita di canzoni italiani d'epoca. Oggi indovinate cosa avevamo? "Finché la barca va, lasciala andare, finché la barca va, tu non remare"...
Non male eh!

mercoledì 14 novembre 2012

Pulizie generali

In via del tutto straordinaria e sotto mia proposta, ieri mi sono recato a lavoro per 5  ore circa anche se non era previsto dal piano del manager.
Il fatto, a me gradito, è dovuto alla situazione di crisi che sta vivendo il negozio ed in particolare il profondo stato di demoralizzazione del ragazzo che lo gestisce. Dopo le ultime lamentele di alcuni clienti, è venuto a sapere dal mega-manager, con cui ha un pessimo rapporto, che uno di questi ha deciso di sporger denuncia alle autorità sanitarie locali. Questo perché ha visto uno dei dipendenti, affondare ripetutamente il suo cucchiaino nel gelato in esposizione dopo averlo messo in bocca e leccato bene bene. Tra me e me, mi son detto: "ma cosa vi aspettate da dei ragazzini di 14-15 anni!? E' ovvio che questi passino il tempo mettendo le mani nei gelati!". E a dir il vero, più volte li ho visti con facce fameliche ed espressioni furtive, infilare il cucchiaino nel barattolo della nutella. Ovviamente fin quando lo fai davanti al tuo collega è un conto, ma quando non riesci a resistere alla tentazione a tal punto da farti beccare pure dai clienti, c'è solo una ragione....
In ogni caso, lunedì alla fine del mio turno, sposto il mantecatore e dietro trovo incrostazioni di gelato misto a polvere e cadaveri di scarafaggi. Uno schifo indescrivibile! Mi volto, guardo negli occhi il manager-store e gli dico: "Se arriva un controllo adesso, qui si chiude!"
Lui è letteralmente crollato, ha abbassato la testo e ha cominciato a ringhiare. A quel punto mi è venuta un'idea e in punta di piedi ho cominciato ad esporgliela: " Ascolta Marc, ho un'idea! Io te la dico, poi vedi tu, sei tu il gestore, se ti piace la metti in pratica, altrimenti niente". Così gli ho spiegato che avrebbe potuto scegliere un giorno della settimana in cui usualmente arrivano meno clienti, in modo tale da poter tenere chiuso per metà giornata e permettere a noi due, solo noi due, di fare pulizie generali. Il motivo dell'esclusione degli altri colleghi è molto semplice: nessuno vuole fare le pulizie, nessuno vuole infilare le mani nello sporco, nessuno è abituato a pulire, ma vogliono solo servire i gelati, ed in più, tra un cliente ad un altro, farsi delle scorpacciate. E Marc non riesce a far capire a questi ragazzi che non ci si può rifiutare di pulire, dopo aver sporcato. Sembra incredibile, ma così è.
Così ci siamo ritrovati ieri io e lui, chini a scrostare il pavimento, a spostar frigoriferi, a lucidare mensole e così via. A metà giornata, quando oramai erano passate 4 ore, io gli ho chiesto fino a che ora saremo andati avanti, facendogli presente che purtroppo ho un massimo di ore che non posso superare a causa delle restrizioni sul mio visto.
Al che, con aria meravigliata e un po' scocciata, mi risponde che lui era lì come volontario, che non avrebbe segnato nulla, e di decidere da solo cosa avessi voluto fare.
Io sono rimasto esterrefatto, sbigottito, ed in pochi secondi mi è salito il sangue al cervello. Ma come! Non riesci a far tenere pulito il locale, rimani inerme di fronte ai problemi, ti offro una soluzione prestandoti la mia disponibilità, e tu mi ripaghi cercando di non volermi pagare?!
Ho fatto un bel respiro e senza rispondere in modo volgare, gli ho fatto presente che per me quello è un lavoro, e pulire, al contrario dei miei colleghi, lo considero una mansione che rientra nel nostro contratto e quindi devo essere pagato.
Così ho detto e così ho fatto, al termine del mio turno, sono andato nell'ufficio e ho aggiunto alla tabella le ore in più in questa settimana. Staremo a vedere cosa troverò nella busta paga della prossima settimana.

martedì 13 novembre 2012

Tram-tram

Le settimane cominciano a scorrere con un ritmo sempre più costante. Dede va a scuola dal lunedì al venerdì, io lavoro due giorni interi a settimana, il lunedì ed il venerdì, mentre il martedì, il mercoledì e giovedì sono riuscito per il momento ad occuparli con la scuola di lingue e le lezioni private.
Ci alziamo la mattina molto presto, verso le 6, facciamo una colazione veloce e ci prepariamo per uscire. Quando vado in gelateria esco per primo e corro verso la fermata dell'autobus che mi porta nella City, dove poi salgo sul secondo mezzo, il 324 o il 325, in direzione Watson Bay. Il bus attraversa diversi quartieri, lungo tutto il litorale che costeggia l'enorme foce ad estuario del fiume Paramatta, dove un tranquillo specchio d'acqua bagna e si insinua nelle numerosissime insenature della città, prima di aprirsi al freddo ed immenso blu dell'Oceano Pacifico. E' tra queste insenature che la prima flotta di convitti trovò riparo, è in una di queste baie, chiamata Sydney cove, che sorse il primo nucleo abitato dell'odierna città, dove ancora oggi si trova il quartiere più antico, storico e suggestivo della città.
Watson Bay è l'ultima fermata, l'ultima baia prima del grande blu, anzi è proprio l'ultimo lembo di terra che fa da argine alle correnti oceaniche e al vento perenne della costa, dando protezione all'intera città con la sua alta, suggestiva e notoria scogliera .
A quell'ora di mattina si vedono le persone che corrono e si recano a lavoro: prima uomini e donne distinti, ben vestiti e pronti per recarsi nei loro uffici nella City, successivamente il bus si riempie di studenti in uniforme, qui obbligatoria fino alle scuole superiori, e di lavoratori, in prevalenza filippini, che si recano nelle ville per svolgere le loro mansioni. Ogni tanto si intravede qualche turista mattutino, facilmente riconoscibile dal vestiario, visibilmente vacanziero  ma  più che altro dai numerosi oggetti che portano, come macchina fotografica, carte topografiche, etc... Tra questi, la maggioranza è americana e tedesca, ma ci sono anche degli italiani, sempre in coppie spesso prese in difficili trattative di mediazione tra le diverse mete da dover visitare.
In gelateria le cose non vanno benissimo. Il manager è visibilmente provato e sottopressione per gli scarsi risultati che sta ottenendo. Inoltre, la scorsa settimana ha ricevuto ben due richiami per le lamentele di due clienti: una riguardo la musica troppo alta, l'altra, ben più seria, per la scarsa igiene. Purtroppo si sta sempre incupendo e ieri ha commesso anche un errore, spedendo a tutto il personale del negozio, non solo la tabella riepilogativa dei nostri turni di lavoro settimanale, ma anche lo schema con tutti i nostri stipendi, compreso il suo, oltre ai suoi piani industriali per cercar di risalir la china.
I problemi sono diversi: siamo in tanti, molti sono under 16 anni, mancando quindi non tanto di esperienza ma spesso anche di maturità elementare per poter lavorare in un posto come una gelateria, lavoriamo tutti due tre giorni la settimana. All'inizio pensavo che fossi solo io ad avere così poche ore, poi mi sono reso conto che questa è una situazione generalizzata e non solo nella gelateria. Infatti anche nel bar dove avevo lavorato all'inizio c'erano diversi dipendenti e tutti avevano al massimo due tre turni e di conseguenza tutti avevano anche due o tre lavori. E' infatti un'abitudine loro quella di assumere del personale non per tutta la settimana, ma solo per qualche giorno. Anche tra gli stessi lavoratori dipendenti è abitudinario possedere 4 o 5 lavori contemporaneamente.
Sabato invece abbiamo fatto i turisti, attraversando tutto l'Anzac Bridge, ci siamo recati a piedi nel centro storico, arrivando fino al più antico nucleo cittadino, proprio su Sydney Cove. E' un promontorio roccioso, su cui sorge un quartiere chiamato The Rock (La Rocca), e rappresenta ciò che rimane della vecchia Sydney ottocentesca, salvata alla furia distruttiva degli anni 60, quando cominciarono a radere al suolo tutte le vecchie costruzioni in pietra dell'epoca vittoriana per far posto ai grattacieli super moderni che oggi caratterizzano lo skyline della città. Infatti, entrando a The Rock, si ha quasi l'impressione di trovarsi improvvisamente in Europa, per la precisione in una Londra di duecento anni fa: vicoli stretti tipici dei quartieri popolari, palazzi in pietra, pub, hotel e locande. Tra queste c'è anche il più vecchio Pub-hotel della città, (1837), in un grazioso palazzo d'epoca.
Continua...

venerdì 9 novembre 2012

martedì 6 novembre 2012

Cento passi

Con oggi ho dato inizio anche alle lezioni private! A chiamarmi è stata una signora che fa l'avvocato e che vorrebbe recuperare il suo italiano, che studiò ormai tempo fa quando era all'università. E' brava, tenendo conto che non parla da più di 3 lustri la nostra lingua e fa fatica a richiamare alla memoria i vocaboli e le giuste coniugazioni. Il suo obiettivo è quello di riprendere e rinfrescare le sue conoscenze per poter tornare in Italia e parlare con i suoi amici. E' una persona con una passione particolare per il nostro paese, per la nostra cultura e per i nostri paesaggi. Lei deve essere un'attivista per i diritti degli animali, dai cartelli che ho visto in casa. Inoltre ha un animale domestico, un bellissimo pappagallo bianco con la cresta gialla, che fu tolto al suo padrone perché maltrattato.
Vive in una bellissima casa costruita in pietra verso la seconda metà dell'800 proprio nella mia zona e se tutto va bene le lezioni dovrebbero proseguire per un po'. In questo modo, tra la scuola, la gelateria e lei, forse sono riuscito per il momento a mettere un tampone all'emorragia di soldi.
Per la prossima lezione ho preparato tre spezzoni dei "Cento passi", sulla comprensione dell'italiano parlato colto e regionale. L'obiettivo è quello di vedere che livello di comprensione ha. Oggi mi è sembrato che abbia un buon livello, ma il mio parlato è volutamente semplice e comprensibile per pronuncia, scansione delle parole e scelta di vocaboli semplici.

http://www.youtube.com/playlist?list=PLXALC0tdOl_-idzDEVRPQ1k5Lw8vQGazV

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venerdì 2 novembre 2012

Paesaggi e personaggi

Ancora non riesco ad avere una visione complessiva di Sydney! Eppure ad Auckland, dopo appena due o tre settimane, eravamo già riusciti a comprenderne la struttura di fondo, ad averne un'idea. Sarà dovuto al fatto che non abbiamo una macchina con cui girare la città, sarà perché Sydney è molto più grande, sta di fatto che la sensazione prevalente è quella di sentirsi persi all'interno di vasta ed estesa area urbana.
Nonostante i suoi 4 milioni abbondanti di abitanti, il traffico scorre abbastanza agevolmente dal suo centro 'storico' verso le periferie, attraverso le sue arterie principali ed i suoi grandiosi ponti. Niente a che vedere con la fila interminabile di macchine che due volte al giorno, ogni giorno, si forma a Milano sull'arteria che congiunge la città con la Brianza. Qui il traffico di macchine e mezzi privati sembra non raggiungere mai i nostri livelli, anche nelle ore di rientro dal lavoro. Non so se questo sia dovuto alla conformazione della città, all'utilizzo dei suoi mezzi pubblici oppure ad una eventuale dislocazione decentralizzata e policentrica dei luoghi di lavoro. E' troppo poco tempo che abitiamo qui per poter conoscere queste cose. In ogni modo, gli effetti positivi si vedono sulla qualità dell'aria che respiriamo. Non è quella di Auckland, frizzante, leggera e fresca come quella di montagna, ma comunque parliamo di aria pulita.
Fortunatamente il quartiere (suburb) dove viviamo è una zona abbastanza benestante e questo ci evita tutta una serie di problemi tipici dei quartieri popolari, che noi ben conosciamo. Certo alcune volte, quando ci addentriamo nelle zone più caotiche e affollate, un po' ci mancano i colori, i rumori, il vortice di vita tipico dei quartieri dove vivono e lavorano le persone appartenenti a classi meno agiate. Sopratutto a Dede, a cui piace andar per negozietti, che vendono un po' di tutto, con prodotti proveniente da varie parti del mondo e sopratutto a prezzi abbordabili.
Anche la nostra zona una volta era un vero e proprio quartiere operaio, pieno di fabbriche, di cui oggi rimangono solo alcuni resti recuperati come  archeologia industriale. I vecchi abitanti dicono che un tempo era tutto sporco e zozzo da queste parti, ma da quando le fabbriche hanno chiuso e la zona è stata bonificata, tutto è cambiato. Rimangono qua e là delle case popolari costruite in mattoni rossi, proprio come quelle che abbiamo visto a Londra, ma fondamentalmente la zona è dominata da villette a schiera, alcune delle quali con vista sul mare, garage e posto barca nel porticciolo.
Totalmente diversa è l'area di Watson Bay, dove lavoro come gelatiere. Lì è una vera e propria Beverly Hills, con ville enormi, circondate da giardini, piscine, parchi, campi da tennis ed ogni ben di dio. I miei giovanissimi colleghi sono di quella zona e frequentano le costosissime scuole private del quartiere. Da questo punto di vista, infatti, trovo lodevole il fatto che, pur appartenendo a famiglie più che benestanti, si facciano delle esperienze di lavoro già a questa età. Molti di loro andranno all'università per intraprendere carriere ovviamente molto più remunerative ma, a mio modo di vedere, sapere cosa significa 'lavorare come dipendente' sarà loro molto utile.
Il mio manager-store invece abita in uno dei pochissimi appartamenti della zona e la sua storia pare abbastanza burrascosa per quel poco che mi ha raccontato. Di famiglia australiana da almeno due secoli con chiare origini inglesi, Marc ha trent'anni appena compiuti. E' stato sposato e divorziato, con grande ira della sua famiglia, di fede protestante. Dopo la fine della sua relazione matrimoniale ha attraversato un periodo buio, perdendo lavoro e casa. Fortunatamente ha poi cominciato a ringranare la marcia: ha prima trovato posto come dipendente in una delle gelaterie della compagnia, per poi diventare manager di uno dei suoi punti vendita. Alla mia domanda se vuole in futuro aprire una sua propria gelatieria, mi ha risposto senza alcuna esitazione che non ne ha la minima intenzione. Al che gli ho chiesto perché avesse scelto proprio questo tipo di business e lui mi ha fatto notare che ci si è trovato, che non è stato lui a scegliere il lavoro, ma il lavoro a scegliere lui.
Non ho alle mie spalle una variegata esperienza lavorativa, fondamentalmente ho sempre fatto il professore. Certo ho svolto qualche lavoretto in passato come facchino negli alberghi a Milano o per una pizzeria a Ferrara, ma devo dire che da quando ho cominciato a mettere il naso nel settore della produzione e vendita di cibo, cioè da un anno a questa parte, sono veramente poche le persone incontrate che hanno una vera e propria passione per ciò che producono. La maggioranza si presenta e si vende come tale, ma in realtà son solo palle. Food healthy, fresh, good, artisan! I came from a family of Chef or Gelatieri! Palle, tutte palle, buone solo per abbindolare la clientela. In realtà, basta girare dietro il bancone per rendersi conto di ciò che ti propinano.

Gelateria

Allora, a che punto eravamo rimasti? Ah si, ora ricordo, sicuramente avete visto il piccolo video e quindi siete al corrente che ho intrapreso la mia nuova 'carriera' di gelataio.
Beh, diciamo che gelataio è una parola un po' grossa! Non tanto per quel che faccio, poiché effettivamente la mia mansione consiste proprio nel produrre materialmente il gelato. Il problema sta nel gelato stesso o meglio nelle materie prime che lo compongono. Sarebbe infatti meglio chiamare il negozio, più che gelateria, un vero e proprio fast-food. Il concetto è lo stesso e tutta la "filosofia" che ne sta dietro lo sta a dimostrare. Non abbiamo nessun prodotto che sia fresco e naturale. Forse il latte, ma essendo già imbustato e marchiato, ho l'impressione che anche quello sia prelavorato. Il resto son tutti prodotti di fabbrica: polveri di crema, pistacchio, cioccolato, frutti etc... Non c'è assolutamente niente di fresco e tutto è già stato inscatolato e misurato in modo tale che al gelataio non rimanga altro che mescolare le miscele ed infilarle nella macchina. Non c'è più creazione di gusti ma solo riproposizione obbligata di ricette prestabilite. Anche se il motto della gelateria è "the real artisan gelato" non saprei neanche dire cosa ci metto dentro. La gelateria fa parte di una catena che domina il mercato di Sydney e funziona come un vero e proprio Mc Donald. Quindi possiamo tranquillamente dire che il lavoro che ho trovato non da molte gratificazioni da un punto di vista creativo ma in ogni caso è comunque un'esperienza positiva perché mi permette di capire meglio come funziona il business delle gelaterie in questa città.
Come dicevo, il mio ruolo è quello di gelataio e fondamentalmente passo le mie 9 o 7 ore di lavoro totalmente attaccato alla macchina. Svolgo anche altre mansioni, come la vendita alla clientela dei gelati o fare di tanto in tanto qualche caffè o cappuccino, ma il mio ruolo è quello. I miei colleghi sono giovanissimi, molti intorno ai 15 anni, altri verso i 22. Lo stesso manager del negozio è più piccolo di me, mentre il grande manager della catena ha la mia stessa età. Qui risiede una delle differenze tra questo paese e l'Italia. Da noi è molto difficile trovare persone giovani in posti di responsabilità. Io stesso, che in Italia son considerato giovane nel mio posto di lavoro, qui invece sono ritenuto già abbastanza avanti, non vecchio, ma comunque maturo e adatto a ruoli di un certo tipo.
Con l'inglese ho qualche problema perché non sempre capisco i colleghi o i clienti, capitano delle volte in cui devo chiedere l'intervento di qualcuno perché proprio non capisco  nulla. L'altro giorno, per esempio, si è avvicinato un tipo che ha cominciato a biascicare una serie di parole a me incomprensibili, anzi non riuscivo proprio a distinguere le singole parole una dall'altra. Alle mie orecchie era una serie ininterrotta di suoni, uno scroscio continuo. Ho compreso a fatica solo che voleva un mega gelato per se e per i suoi figli. Al che ho cominciato a tirar fuori tutte le coppe formato famiglia che vedevo nel negozio, ma il tipo scuoteva sempre la testa con un'espressione progressivamente sempre più sconsolata. Ho dovuto per forza chiamare i soccorsi, altrimenti avrei perso il cliente. Ma per  mia fortuna, la stragrande maggioranza delle richieste sono brevi e scontate: una coppa due gusti, un cono un gusto, e così via. I prezzi sono astronomici, per una mini coppetta arrivano a pagare il corrispettivo di poco più di 4 €.
In ogni caso questo lavoro è arrivato proprio nel momento in cui stavo cominciando a perdere le speranze. In realtà non ci speravo per nulla, perché avevo avuto la mia prima intervista con lo store-manager all'incirca tre settimane fa, al termine del quale il ragazzo mi aveva fatto presente un problema a suo parere insormontabile, un vero e proprio ostacolo alla mia assunzione: il mio pizzetto. In sintesi avrei dovuto rasarlo completamente se  avessi volto lavorare con loro. E questo non per sua decisione ma per una indicazione chiara dalla compagnia. Io ho fatto presente che ho 39 anni e porto il mio pizzo da circa 20 anni e che non ho alcuna intenzione di togliermelo, per di più per un lavoro casual. Lui è stato comunque gentile perché mi ha assicurato che avrebbe provato a chiedere al suo superiore una dispensa speciale per me e che mi avrebbe telefonato i giorni seguenti. Non avendolo più sentito, ho scritto direttamente all'indirizzo del sito internet, spiegando chi sono, la mia situazione e avanzando la richiesta di fare uno strappo alla regola per farmi lavorare. Dopo circa una settimana mi sento chiamare direttamente dal proprietario della catena che, incuriosito dal mio messaggio, aveva deciso di contattarmi di persona. Il signore, di origini italiane, mi ha fatto prima una serie di domande, dopodiché mi ha chiesto se ho intenzione di aprire una gelateria in franchising direttamente con loro. Al che io ho risposto che questo è un'orizzonte plausibile, ma che prima è necessario maturare un'esperienza diretta nel business a Syndey, per poter poi decidere se vale la pena fare un investimento e cambiar vita. Dopo circa un'altra settimana, mi sono sento chiamare nuovamente dallo store-manager che mi comunicava la lieta novella: il mio pizzetto era stato ammesso!