Odissea, Libro I
'Many were the men whose cities he saw and whose mind he learned'
'Di molte genti vide le città e la lor indol conobbe'
Odissea Libro I
'Di molte genti vide le città e la lor indol conobbe'
Odissea Libro I
martedì 30 ottobre 2012
giovedì 25 ottobre 2012
Caldo Natal!
Così è trascorsa un'altra settimana ed il giorno della mia seconda lezione è arrivato. Dei sei alunni, se ne sono ripresentati 5: il muratore con la sua amica, le due universitarie ed il signore con alle spalle gli studi classici. Mancava la signora distinta e timida: non so se si tratta di un'assenza temporanea o se si é spaventata di fronte alle difficoltà dell'Italiano ma staremo a vedere. In ogni caso, in ritardo di un'ora, si è presentata un'altra giovane studentessa, con origini italiane da parte di padre. Così siamo risaliti al numero di 6.
Questa volta mi sono liberato del libro che mi hanno fornito ed ho proposto una lezione alternativa. La prima parte è stata dedicata a continuare un gioco di ruolo che ho cominciato la volta precedente. Loro devono costruirsi una nuova identità italiana: la volta scorsa si sono dati un nome italiano, mentre questa volta hanno scelto una delle nostre città come luogo di nascita. Le preferenze ovviamente sono andate alle città più famose: Venezia, Firenze, Roma, Napoli e Milano.
Inoltre ho fatto scegliere a loro un mestiere e qui invece le scelte sono state un po' meno scontate, ma le più significative sono state quelle dei due complici. Indovinate cosa potevano scegliere la bella signora distinta ed il suo amico muratore?
Lei la domatrice di leoni e lui il gigolò.
Ma il gioco non è finito, perché ognuno di loro farà nelle prossime lezioni un fantastico viaggio nelle città che hanno scelto, tra le principali attrazioni turistiche e culturali ed i ristoranti più caratteristici, scoprendo pietanze popolari in Italia, ma sconosciute all'estero, e giungendo negli angoli meno conosciuti delle nostre città. Alcuni di loro, effettivamente faranno un viaggio in Italia a dicembre, come la strana coppia che andrà a Milano, altri probabilmente lo faranno in futuro.
Così cari lettori, sono aperti i consigli: se avete idee, tiratele fuori!
Intanto, cogliendo una sollecitazione del mi' babbo, ho sviluppato la seconda lezione su tre spezzoni di film: due de "Il Piccolo Diavolo" (Sono Gloria... e Dimmi come ti chiami) ed uno de "Non ci resta che piangere" (Chi siete, cosa portate, un fiorino). La finalità di questa piccola unità didattica era la comprensione ed il riconoscimento dei vocaboli nel parlato italiano quotidiano. Ovviamente per facilitare l'operazione, ho innanzitutto illustrato e spiegato alcuni dei vocaboli contenuti nei video, come per esempio: frutta, tavolo, patente, stazione, etc.... Successivamente i miei alunni dovevano cercare di rintracciare queste parole nei filmati che sottoponevo alla loro attenzione. Devo dire che è piaciuto, ovviamente l'effetto comico non è lo stesso e non solo per la lingua, ma anche perché la comicità presuppone una condivisone di un background culturale indispensabile alla comprensione dell'ironia e del sarcasmo, altrimenti incomprensibili.
Nel frattempo, la città si prepara lentamente al natale e tutto sta assumendo ai nostri occhi di europei una tonalità strana e bislacca. E sì, perché gli alberi di natale nei centri commerciali o i babbi natale son vestiti e ricoperti di finta neve, ma fuori il tempo è sempre più caldo ed estivo. Vorrà dire che quest'anno invece di cantar "Bianco Natal", parafraseremo in "Caldo Natal"!
Questa volta mi sono liberato del libro che mi hanno fornito ed ho proposto una lezione alternativa. La prima parte è stata dedicata a continuare un gioco di ruolo che ho cominciato la volta precedente. Loro devono costruirsi una nuova identità italiana: la volta scorsa si sono dati un nome italiano, mentre questa volta hanno scelto una delle nostre città come luogo di nascita. Le preferenze ovviamente sono andate alle città più famose: Venezia, Firenze, Roma, Napoli e Milano.
Inoltre ho fatto scegliere a loro un mestiere e qui invece le scelte sono state un po' meno scontate, ma le più significative sono state quelle dei due complici. Indovinate cosa potevano scegliere la bella signora distinta ed il suo amico muratore?
Lei la domatrice di leoni e lui il gigolò.
Ma il gioco non è finito, perché ognuno di loro farà nelle prossime lezioni un fantastico viaggio nelle città che hanno scelto, tra le principali attrazioni turistiche e culturali ed i ristoranti più caratteristici, scoprendo pietanze popolari in Italia, ma sconosciute all'estero, e giungendo negli angoli meno conosciuti delle nostre città. Alcuni di loro, effettivamente faranno un viaggio in Italia a dicembre, come la strana coppia che andrà a Milano, altri probabilmente lo faranno in futuro.
Così cari lettori, sono aperti i consigli: se avete idee, tiratele fuori!
Intanto, cogliendo una sollecitazione del mi' babbo, ho sviluppato la seconda lezione su tre spezzoni di film: due de "Il Piccolo Diavolo" (Sono Gloria... e Dimmi come ti chiami) ed uno de "Non ci resta che piangere" (Chi siete, cosa portate, un fiorino). La finalità di questa piccola unità didattica era la comprensione ed il riconoscimento dei vocaboli nel parlato italiano quotidiano. Ovviamente per facilitare l'operazione, ho innanzitutto illustrato e spiegato alcuni dei vocaboli contenuti nei video, come per esempio: frutta, tavolo, patente, stazione, etc.... Successivamente i miei alunni dovevano cercare di rintracciare queste parole nei filmati che sottoponevo alla loro attenzione. Devo dire che è piaciuto, ovviamente l'effetto comico non è lo stesso e non solo per la lingua, ma anche perché la comicità presuppone una condivisone di un background culturale indispensabile alla comprensione dell'ironia e del sarcasmo, altrimenti incomprensibili.
Nel frattempo, la città si prepara lentamente al natale e tutto sta assumendo ai nostri occhi di europei una tonalità strana e bislacca. E sì, perché gli alberi di natale nei centri commerciali o i babbi natale son vestiti e ricoperti di finta neve, ma fuori il tempo è sempre più caldo ed estivo. Vorrà dire che quest'anno invece di cantar "Bianco Natal", parafraseremo in "Caldo Natal"!
Towards our first hot Christmas!
sabato 20 ottobre 2012
Vela
Così il venerdì è finalmente giunto. Verso le 17.30, mi avvio verso il club nautico, mentre Dede è ormai già andata da circa 1 ora a rifarsi le treccine da una ragazza della Sierra Leone.
Arrivato al Club, vedo un gran numero di persone che si accalcano sul molo per prendere posto sulle barche a vela ormeggiate al largo. Cerco di scorgere qualche volto conosciuto precedentemente e noto diverse persone, ma tutte sembrano molto indaffarate e prese dall'imminente imbarco. Essendo di carattere un po' schivo, comincio a prendere seriamente in considerazione l'eventualità di non riuscire a salire su una di quelle meravigliose imbarcazioni. Oltretutto non vedo il mio amico Lorenzo, mentre il Commodoro mi saluta fugacemente senza troppo preoccuparsi della promessa che mi aveva fatto. Ma proprio mentre mi appropinquo verso il balcone a guardare le barche da lontano, si avvicina uno dei membri dello staff, conosciuto il giorno in cui ero andato a fare il volontario. Mi saluta e mi chiede se voglio fare vela. A quel punto, dato che con lui non ne avevo proprio parlato, chiedo cautamente quanto costa. Sapete, non si sa mai, magari salgo in barca, faccio il giro e poi mi presentano un conto salato. Fortunatamente lui risponde che non costa assolutamente niente, che è gratis. Liberatomi da questa preoccupazione, passo al secondo possibile problema: la mia totale inesperienza, ma anche su quello mi tranquillizza. Così, prende il cellulare, chiama un certo Francis e gli chiede se mi può prendere a bordo. Il tipo accetta, così, una volta spiegatomi cosa avrei dovuto fare, mi avvio verso il molo, dove si affollano tutte le persone. Le barche si avvicinano una dietro l'altra al ponte dove ci troviamo, si fermano per pochi secondi, giusto il tempo per permettere alle persone di saltarci su velocemente, lasciando così il posto all'imbarcazione successiva. Dopo pochi minuti arriva il turno dell'Apache, così si chiama la barca di Francis. Si avvicina ed io ci salto su velocemente, aggrappandomi un po' goffamente alla battagliola ma riuscendo nel complesso nell'operazione. Dopo delle veloci e fugaci presentazioni, il capitano comincia a sciorinarmi in un inglese incomprensibili una serie di indicazioni su ciò che dovrei fare. Avete presente Fantozzi in barca a vela quando non capisce un tubo di quel che gli viene detto? Ecco io peggio. A quel punto cerco di ricordare a Fancis che io non ci chiappo un fico secco in barca a vela . Ma lui non sembra per nulla turbato e tranquillamente comincia a gesticolare per farmi capire ciò che devo fare. Così finalmente isso su la vela principale di Apache e libero la fune dello spinnaker, permettendo all'altro membro dell'equipaggio, John, di tirarla su. Terminata l'operazione e spenti i motori, mi siedo e comincio a guardarmi intorno.
Mentre chiacchero con il capitano, arrivano a bordo altre due persone portate da un gommone di servizio, una coppia di coreani australiani, amici di Francis. Lui, dottore, è vestito di tutto punto, con i guanti e subito si mette all'opera. Le barche sono molte, troppe, al punto tale che più volte rischiamo la collisione o addirittura lo speronamento. Francis è costretto a ad una serie di zig zag, tutti fatti a motore spento e con le vele issate. Di tanto in tanto vola qualche parola tra i comandanti delle varie imbarcazioni, ma tutto sommato l'atmosfera rimane serena. Nessun urlo, nessun nervosismo. Lentamente mi rendo conto che le barche stanno prendendo posizione per la partenza, così comincia il viaggio: due giri intorno all'isola che avete visto in fotografia per poi far ritorno al Club.
Devo dire che è stata un'esperienza piacevole, altre volte ero stato in barca a vela, ma non avevo mai partecipato ad una simulazione di regata. Il nostro comandante era tutto teso a prendere i venti giusti e a virare nel momento opportuno e l'equipaggio cercava di tenere il ritmo e di cogliere il tempo. Ovviamente nessuno lì era un vero professionista, anche io, che non son certo un esperto, me ne sono accorto. Ma tutto mi sembra si sia svolto senza troppo intoppi: le virate, i cambi di direzione e, ripeto, senza il minimo sentore di nervosismo.
Alla fine, Francis mi ha chiesto se ci sarò anche il prossimo venerdì ...
P.S.: Oggi Dede è a Cogee Beach con i suoi amici Giapponesi a fare un picnic. Sono giovanissimi, appena ventenni, e sopratutto le ragazze si sono molto affezionate a lei. Penso sia diventata una specie di punto di riferimento.
Arrivato al Club, vedo un gran numero di persone che si accalcano sul molo per prendere posto sulle barche a vela ormeggiate al largo. Cerco di scorgere qualche volto conosciuto precedentemente e noto diverse persone, ma tutte sembrano molto indaffarate e prese dall'imminente imbarco. Essendo di carattere un po' schivo, comincio a prendere seriamente in considerazione l'eventualità di non riuscire a salire su una di quelle meravigliose imbarcazioni. Oltretutto non vedo il mio amico Lorenzo, mentre il Commodoro mi saluta fugacemente senza troppo preoccuparsi della promessa che mi aveva fatto. Ma proprio mentre mi appropinquo verso il balcone a guardare le barche da lontano, si avvicina uno dei membri dello staff, conosciuto il giorno in cui ero andato a fare il volontario. Mi saluta e mi chiede se voglio fare vela. A quel punto, dato che con lui non ne avevo proprio parlato, chiedo cautamente quanto costa. Sapete, non si sa mai, magari salgo in barca, faccio il giro e poi mi presentano un conto salato. Fortunatamente lui risponde che non costa assolutamente niente, che è gratis. Liberatomi da questa preoccupazione, passo al secondo possibile problema: la mia totale inesperienza, ma anche su quello mi tranquillizza. Così, prende il cellulare, chiama un certo Francis e gli chiede se mi può prendere a bordo. Il tipo accetta, così, una volta spiegatomi cosa avrei dovuto fare, mi avvio verso il molo, dove si affollano tutte le persone. Le barche si avvicinano una dietro l'altra al ponte dove ci troviamo, si fermano per pochi secondi, giusto il tempo per permettere alle persone di saltarci su velocemente, lasciando così il posto all'imbarcazione successiva. Dopo pochi minuti arriva il turno dell'Apache, così si chiama la barca di Francis. Si avvicina ed io ci salto su velocemente, aggrappandomi un po' goffamente alla battagliola ma riuscendo nel complesso nell'operazione. Dopo delle veloci e fugaci presentazioni, il capitano comincia a sciorinarmi in un inglese incomprensibili una serie di indicazioni su ciò che dovrei fare. Avete presente Fantozzi in barca a vela quando non capisce un tubo di quel che gli viene detto? Ecco io peggio. A quel punto cerco di ricordare a Fancis che io non ci chiappo un fico secco in barca a vela . Ma lui non sembra per nulla turbato e tranquillamente comincia a gesticolare per farmi capire ciò che devo fare. Così finalmente isso su la vela principale di Apache e libero la fune dello spinnaker, permettendo all'altro membro dell'equipaggio, John, di tirarla su. Terminata l'operazione e spenti i motori, mi siedo e comincio a guardarmi intorno.
Mentre chiacchero con il capitano, arrivano a bordo altre due persone portate da un gommone di servizio, una coppia di coreani australiani, amici di Francis. Lui, dottore, è vestito di tutto punto, con i guanti e subito si mette all'opera. Le barche sono molte, troppe, al punto tale che più volte rischiamo la collisione o addirittura lo speronamento. Francis è costretto a ad una serie di zig zag, tutti fatti a motore spento e con le vele issate. Di tanto in tanto vola qualche parola tra i comandanti delle varie imbarcazioni, ma tutto sommato l'atmosfera rimane serena. Nessun urlo, nessun nervosismo. Lentamente mi rendo conto che le barche stanno prendendo posizione per la partenza, così comincia il viaggio: due giri intorno all'isola che avete visto in fotografia per poi far ritorno al Club.
Devo dire che è stata un'esperienza piacevole, altre volte ero stato in barca a vela, ma non avevo mai partecipato ad una simulazione di regata. Il nostro comandante era tutto teso a prendere i venti giusti e a virare nel momento opportuno e l'equipaggio cercava di tenere il ritmo e di cogliere il tempo. Ovviamente nessuno lì era un vero professionista, anche io, che non son certo un esperto, me ne sono accorto. Ma tutto mi sembra si sia svolto senza troppo intoppi: le virate, i cambi di direzione e, ripeto, senza il minimo sentore di nervosismo.
Alla fine, Francis mi ha chiesto se ci sarò anche il prossimo venerdì ...
P.S.: Oggi Dede è a Cogee Beach con i suoi amici Giapponesi a fare un picnic. Sono giovanissimi, appena ventenni, e sopratutto le ragazze si sono molto affezionate a lei. Penso sia diventata una specie di punto di riferimento.
mercoledì 17 ottobre 2012
La scuola
Riprende
Qual è il soggetto più importante nella scuola?
La materia che insegni? NO!
L'amore che ci mette il prof? NO!
L'organizzazione o gli strumenti a tua disposizione? NO!
Non che tutte queste componenti dell'insegnamento non siano importanti, per carità, ma c'è un altro tassello, centrale nell'architettura di qualsiasi scuola, una chiave di volta: gli studenti. Capire chi sono, quali sono le loro motivazioni, il loro background e le loro capacità è indispensabile per poter avviare qualsiasi attività di insegnamento.
Purtroppo questo lavoro non è stato fatto prima dell'inizio del corso, nonostante avessi chiesto ripetutamente alla segreteria di darmi qualche informazione di sorta.
Così l'ho dovuto scoprire in parte nel primo appuntamento, ed è un lavoro che dovrò continuare a fare nel corso delle prossime puntate.
Al corso si sono iscritti 12 persone, ma se ne sono presentate solo 6, di cui 2 anche in ritardo.
Il perché di questa bigiata collettiva (in napoletano, filone; a Firenze, sega) è molto semplice: il corso è una promozione speciale della scuola "La Lingua", college di lingua inglese che per arrotondare le entrate organizza la sera corsi per australiani. Ad un costo veramente speciale! Tanto speciale che le persone possono iscriversi e magari decidere di perdere parte delle lezioni o addirittura scegliere di non venire più se hanno perso la loro motivazione. Tanto il costo del corso è stato così basso che non c'è nulla da perdere.
Chiarito con la segreteria, non senza qualche discussione, che voglio essere pagato al pieno del mio salario anche se non si presentano tutti, ovviamente sta a me cercare di creare motivazione nei miei nuovi alunni perché non è piacevole insegnare con gente che va e che viene.
Ma veniamo a loro.
I sei sono due ragazze universitarie, un signore adulto, ben vestito e con studi classici alle spalle, una signora, anche lei adulta, ma molto taciturna e timida, e due ritardatari arrivati in coppia. Tutti e due adulti, lui un muratore, con il volto sorridente e gioviale ma bruciato dal sole australe, coperto parzialmente da un cesto di capelli stopposi, e vestito con dei calzoncini inguinali che lasciavan scoperti due gambe pelose e nervose. Lei, invece, adulta, ben vestita, curata, non più giovane, e sedicente manager. I due sono sembrati amici, ma parecchio amici, direi quasi "complici".
La lezione era bene o male impostata dal loro manuale, fornito dalla scuola e quindi non ho dovuto organizzare niente di speciale, ma semplicemente seguire le attività sopra riportate.
Le solite cose, anche un po' noiose a dire il vero: i saluti, come ti chiami, etc...
Ovviamente ho cercato di fare un po' di coreografia, con i pochi mezzi che ho a disposizione, cioè solo una lavagna. Ho fatto dei disegni, ho gesticolato cercando di illustrare il significato delle parole e delle espressioni che usavo, tutto in italiano. Fin quando ho capito che non potevo seguire alla lettera ciò che le moderne scuole di didattica della lingua sostengono: esprimersi solo nella lingua insegnata. Non potevo farlo, perché loro non capivano bene, e quando siamo arrivati al "lei ed il tu", ai primi verbi coniugati o alle concordanze nome aggettivo (Buon giorno, buona sera, tanto per farvi un esempio), non solo il muratore ha assunto un'espressione sempre più incazzata, ma anche le giovani universitarie sembravano perse e un po' demoralizzate. Dovevo fare qualcosa, così ho cominciato a mescolare il mio inglese con forte accento italiano all'italiano vero e proprio e, almeno così mi è sembrato, hanno cominciato un po' a capire.
Ho fatto fare dei giochi di ruolo, per farli praticare, ho fatto esempi, ho fatto dei brevi intervalli di Storia per accontentare i più colti, ho cercato di farli uscire da quelle due ore con la consapevolezza che hanno imparato qualcosa, insomma ho cercato di fare tutto il possibile al primo appuntamento. Vedremo se son riuscito a motivarli a venire alla seconda lezione.
Come prima, il vecchio proverbio si addice.
Qual è il soggetto più importante nella scuola?
La materia che insegni? NO!
L'amore che ci mette il prof? NO!
L'organizzazione o gli strumenti a tua disposizione? NO!
Non che tutte queste componenti dell'insegnamento non siano importanti, per carità, ma c'è un altro tassello, centrale nell'architettura di qualsiasi scuola, una chiave di volta: gli studenti. Capire chi sono, quali sono le loro motivazioni, il loro background e le loro capacità è indispensabile per poter avviare qualsiasi attività di insegnamento.
Purtroppo questo lavoro non è stato fatto prima dell'inizio del corso, nonostante avessi chiesto ripetutamente alla segreteria di darmi qualche informazione di sorta.
Così l'ho dovuto scoprire in parte nel primo appuntamento, ed è un lavoro che dovrò continuare a fare nel corso delle prossime puntate.
Al corso si sono iscritti 12 persone, ma se ne sono presentate solo 6, di cui 2 anche in ritardo.
Il perché di questa bigiata collettiva (in napoletano, filone; a Firenze, sega) è molto semplice: il corso è una promozione speciale della scuola "La Lingua", college di lingua inglese che per arrotondare le entrate organizza la sera corsi per australiani. Ad un costo veramente speciale! Tanto speciale che le persone possono iscriversi e magari decidere di perdere parte delle lezioni o addirittura scegliere di non venire più se hanno perso la loro motivazione. Tanto il costo del corso è stato così basso che non c'è nulla da perdere.
Chiarito con la segreteria, non senza qualche discussione, che voglio essere pagato al pieno del mio salario anche se non si presentano tutti, ovviamente sta a me cercare di creare motivazione nei miei nuovi alunni perché non è piacevole insegnare con gente che va e che viene.
Ma veniamo a loro.
I sei sono due ragazze universitarie, un signore adulto, ben vestito e con studi classici alle spalle, una signora, anche lei adulta, ma molto taciturna e timida, e due ritardatari arrivati in coppia. Tutti e due adulti, lui un muratore, con il volto sorridente e gioviale ma bruciato dal sole australe, coperto parzialmente da un cesto di capelli stopposi, e vestito con dei calzoncini inguinali che lasciavan scoperti due gambe pelose e nervose. Lei, invece, adulta, ben vestita, curata, non più giovane, e sedicente manager. I due sono sembrati amici, ma parecchio amici, direi quasi "complici".
La lezione era bene o male impostata dal loro manuale, fornito dalla scuola e quindi non ho dovuto organizzare niente di speciale, ma semplicemente seguire le attività sopra riportate.
Le solite cose, anche un po' noiose a dire il vero: i saluti, come ti chiami, etc...
Ovviamente ho cercato di fare un po' di coreografia, con i pochi mezzi che ho a disposizione, cioè solo una lavagna. Ho fatto dei disegni, ho gesticolato cercando di illustrare il significato delle parole e delle espressioni che usavo, tutto in italiano. Fin quando ho capito che non potevo seguire alla lettera ciò che le moderne scuole di didattica della lingua sostengono: esprimersi solo nella lingua insegnata. Non potevo farlo, perché loro non capivano bene, e quando siamo arrivati al "lei ed il tu", ai primi verbi coniugati o alle concordanze nome aggettivo (Buon giorno, buona sera, tanto per farvi un esempio), non solo il muratore ha assunto un'espressione sempre più incazzata, ma anche le giovani universitarie sembravano perse e un po' demoralizzate. Dovevo fare qualcosa, così ho cominciato a mescolare il mio inglese con forte accento italiano all'italiano vero e proprio e, almeno così mi è sembrato, hanno cominciato un po' a capire.
Ho fatto fare dei giochi di ruolo, per farli praticare, ho fatto esempi, ho fatto dei brevi intervalli di Storia per accontentare i più colti, ho cercato di farli uscire da quelle due ore con la consapevolezza che hanno imparato qualcosa, insomma ho cercato di fare tutto il possibile al primo appuntamento. Vedremo se son riuscito a motivarli a venire alla seconda lezione.
Come prima, il vecchio proverbio si addice.
C'è Lavoro, e lavooro!
Lavoro ce n'è! Ma bisogna vedere, perché c'è lavoro e lavoro. Massimo Troisi, in uno dei suoi spettacoli de "La smorfia", diceva che a Napoli non c'è lavoro, ma c'è soltanto o lavorETTI o lavoro NERO, insomma qualcosa da fare c'è ma non quello regolare.
Ora, Sydney non è sicuramente Napoli, ma devo dire che in questa piccola e limitata esperienza ne stiamo vedendo.
Rispetto alle mie vicende siete già al corrente tutti, ma quel che è capitato a Dede ancora ne ve l'avevo raccontato.
Come sapete, ormai anche lei ha fatto i suoi giri per consegnare il suo Cv e in diversi si sono dimostrati interessati. Ha perfino avuto dei colloqui. Lei ovviamente era tutta eccitata e contenta all'idea di dover sostenere degli incontri in inglese, totalmente da sola. E ce l'ha fatta, è stata bravissima, perché si è fatta capire e ha capito, fin troppo bene. In uno di questi centri, appartenente ad una grossa catena di spa, le hanno fatto fare anche una prova di 1 ora. Loro sono rimasti contenti e lei pure, fin quando non hanno avanzato la loro proposta indecente!
No, non pensate a quello! Non così scandalosa.
L'indecenza è un'altra, molto più venale.
Una volta che l'hanno provata, le hanno spiegato che hanno bisogno di un Jolly che gira per tutti i centri di Sydney, a secondo dei loro bisogni. Le hanno detto che dovrebbe lavorare il fine settimana e che nel caso in cui si dovesse spostare, le pagherebbero il biglietto. Uauh, fin qui fantastico!
Infine, timidamente, hanno cominciato a dire che lei, pur avendo così tanti anni di esperienza, dovrebbe affrontare un training di tre giorni, in cui verrebbe istruita sui loro metodi di funzionamento e sui loro standard nei servizi che offrono. Insomma sembrerebbe proprio il nostro periodo di prova. Invece no, perché i tipi le hanno chiesto di pagare la bellezza di 600$ (500€circa) solo per fare questi tre giorni. Si, avete capito bene, deve pagare per poter lavorare, senza avere, tra l'altro, neanche la sicurezza di lavorare tutte le settimane, perché di jolly si tratta.
Ovviamente lei ha risposto ai signori che non ha la minima intenzione di tirar fuori un dollaro, perché ha qualifiche e 12 anni di esperienza alle spalle. Al che, questi farabutti hanno provato ad avanzarle il loro piano B: "tu non paghi nulla e noi te lo detraiamo dallo stipendio". Dede ha risposto che potrebbe semmai accettare una detrazione di 50$ al mese e che comunque vorrebbe pensarci su. Ma nel momento in cui lei ha chiesto di mandarle la proposta per iscritto via mail, hanno rimesso tutto sul vago, dicendole che si sarebbero fatti sentire la settimana successiva.
Il caso non sembra unico. Infatti, una volta tornata a scuola e dopo aver raccontato al suo insegnate l'accaduto, ha scoperto che a Sydney sono diverse le situazioni dove i datori di lavoro cercano di raggirare ed estorcere denaro a lavoratori immigrati. Tale malsana abitudine è affermata soprattutto tra alcune Spa ed è perfino salita agli onori della cronaca nei giornali locali proprio la scorsa settimana, di seguito alla denuncia di una ragazza.
Ora, come dice il proverbio: se son rose fioriranno, se son vacche ca.....
P.S.: Sono appena tornato dalla mia prima lezione di italiano, svolta in una scuola di lingua. Due ore la settimana, ma di questo ne parlerò la prossima volta.
Ora, Sydney non è sicuramente Napoli, ma devo dire che in questa piccola e limitata esperienza ne stiamo vedendo.
Rispetto alle mie vicende siete già al corrente tutti, ma quel che è capitato a Dede ancora ne ve l'avevo raccontato.
Come sapete, ormai anche lei ha fatto i suoi giri per consegnare il suo Cv e in diversi si sono dimostrati interessati. Ha perfino avuto dei colloqui. Lei ovviamente era tutta eccitata e contenta all'idea di dover sostenere degli incontri in inglese, totalmente da sola. E ce l'ha fatta, è stata bravissima, perché si è fatta capire e ha capito, fin troppo bene. In uno di questi centri, appartenente ad una grossa catena di spa, le hanno fatto fare anche una prova di 1 ora. Loro sono rimasti contenti e lei pure, fin quando non hanno avanzato la loro proposta indecente!
No, non pensate a quello! Non così scandalosa.
L'indecenza è un'altra, molto più venale.
Una volta che l'hanno provata, le hanno spiegato che hanno bisogno di un Jolly che gira per tutti i centri di Sydney, a secondo dei loro bisogni. Le hanno detto che dovrebbe lavorare il fine settimana e che nel caso in cui si dovesse spostare, le pagherebbero il biglietto. Uauh, fin qui fantastico!
Infine, timidamente, hanno cominciato a dire che lei, pur avendo così tanti anni di esperienza, dovrebbe affrontare un training di tre giorni, in cui verrebbe istruita sui loro metodi di funzionamento e sui loro standard nei servizi che offrono. Insomma sembrerebbe proprio il nostro periodo di prova. Invece no, perché i tipi le hanno chiesto di pagare la bellezza di 600$ (500€circa) solo per fare questi tre giorni. Si, avete capito bene, deve pagare per poter lavorare, senza avere, tra l'altro, neanche la sicurezza di lavorare tutte le settimane, perché di jolly si tratta.
Ovviamente lei ha risposto ai signori che non ha la minima intenzione di tirar fuori un dollaro, perché ha qualifiche e 12 anni di esperienza alle spalle. Al che, questi farabutti hanno provato ad avanzarle il loro piano B: "tu non paghi nulla e noi te lo detraiamo dallo stipendio". Dede ha risposto che potrebbe semmai accettare una detrazione di 50$ al mese e che comunque vorrebbe pensarci su. Ma nel momento in cui lei ha chiesto di mandarle la proposta per iscritto via mail, hanno rimesso tutto sul vago, dicendole che si sarebbero fatti sentire la settimana successiva.
Il caso non sembra unico. Infatti, una volta tornata a scuola e dopo aver raccontato al suo insegnate l'accaduto, ha scoperto che a Sydney sono diverse le situazioni dove i datori di lavoro cercano di raggirare ed estorcere denaro a lavoratori immigrati. Tale malsana abitudine è affermata soprattutto tra alcune Spa ed è perfino salita agli onori della cronaca nei giornali locali proprio la scorsa settimana, di seguito alla denuncia di una ragazza.
Ora, come dice il proverbio: se son rose fioriranno, se son vacche ca.....
P.S.: Sono appena tornato dalla mia prima lezione di italiano, svolta in una scuola di lingua. Due ore la settimana, ma di questo ne parlerò la prossima volta.
domenica 14 ottobre 2012
2° Parte
Ma nulla in confronto a ciò che riesce a raccogliere la nostra padrona di casa. In realtà abbiamo il sospetto che non viva da molto tempo in questa casa, perché è completamente spoglia. Pochi mobili, nessun quadro, nessuna foto sui pochi mobili, poche forchette, pochi coltelli, poche pentole e piatti. Di solito le case delle persone adulte sono piene di ricordi, di oggetti, di foto. Qui, niente.
All'inizio abbiamo pensato che i suoi racconti circa la sua famiglia, fossero delle storie inventati per farci credere che non sia sola. Poi una volta siamo riusciti a vedere la foto di una ragazza che dovrebbe essere sua figlia maggiore, ed in effetti le assomiglia. Ma secondo noi, la sciura abita da pochissimo tempo in questa casa. Inoltre il suo tenore di vita è totalmente al di sotto del valore dell'immobile, che costa circa 1milione e 400 mila $ australiani. Non compra nulla, poca roba, risparmia su qualsiasi cosa, anche sul sapone per i piatti. Come è possibile che una signora che possiede una casa come questa, non possa neanche comprarsi un servizio di posate? Pensate che ha solo 3 bicchieri e tutti e 3 sono stati raccolti per strada.
Fra un paio di settimane dovrebbe arrivare il suo fantomatico marito, che lavora ad Adelaide. Staremo a vedere, aspettiamo questo arrivo con un po' di curiosità e con la speranza che sia un tipo tranquillo.
Intanto oggi è stata una giornata particolare. Dalle foto che ho pubblicato, dovreste aver capito che la casa si trova a due passi dal mare, e per la precisione da un porticciolo per barche a vela. A pochi metri da noi si trova un club nautico ed il 28 ottobre organizzano una regata in cui si fronteggeranno tutte i club velisti di Sydney. Incuriosito dall'evento e voglioso di trovarmi qualcosa da fare, qualche giorno fa avevo bussato alla porta del club, chiedendo informazioni sulla gara e offrendomi come volontario per l'organizzazione dell'evento. Beh, per farvela breve, oggi c'era la prima giornata di lavoro, dove una ventina di membri del club più il sottoscritto ci siamo ritrovati per dare una pulizia generale agli spazi. Infatti il posto era ridotto veramente male poiché, essendo comunale, non ha molti soldi per pagare giardinieri, manutentori e si regge unicamente sui contributi dei suoi associati. Così ho passato la mattinata a strappare erbacce, conoscendo diversa gente, tra cui un australiano di nome Lorenzo con origini piemontesi che mi ha completamente sequestrato vedendo in me un'ottima occasione per fare pratica con il suo italiano. Alla fine della giornata mi ha anche portato a far vedere dove si trova il supermercato dove sua moglie va a fare la spesa. Tutto fiero, è entrato dentro il locale, fino al bancone degli alimentari, dove erano esposti una miriade di insaccati e formaggi da ogni regione della nostra penisola e nessuno aveva il cartellino con il prezzo indicato. Ma non è stato l'unico con cui ho stretto amicizia. Infatti il presidente del Club, o come dice lui "il commodoro", ringraziandomi per il mio aiuto mi ha detto che in cambio posso andare ogni venerdì verso le 6 di sera e mi insegneranno ad andare in barca a vela. Non so se riuscirò a frequentare così assiduamente il circolo, ma l'idea mi è sembrata carina e anche se solo riesco a praticare un po' di più l'inglese e ad imparare a fare qualcosa in barca, la cosa non mi dispiace. Se poi queste conoscenze porteranno a qualcos'altro, non ci è dato sapere; se son rose fioriranno...
All'inizio abbiamo pensato che i suoi racconti circa la sua famiglia, fossero delle storie inventati per farci credere che non sia sola. Poi una volta siamo riusciti a vedere la foto di una ragazza che dovrebbe essere sua figlia maggiore, ed in effetti le assomiglia. Ma secondo noi, la sciura abita da pochissimo tempo in questa casa. Inoltre il suo tenore di vita è totalmente al di sotto del valore dell'immobile, che costa circa 1milione e 400 mila $ australiani. Non compra nulla, poca roba, risparmia su qualsiasi cosa, anche sul sapone per i piatti. Come è possibile che una signora che possiede una casa come questa, non possa neanche comprarsi un servizio di posate? Pensate che ha solo 3 bicchieri e tutti e 3 sono stati raccolti per strada.
Fra un paio di settimane dovrebbe arrivare il suo fantomatico marito, che lavora ad Adelaide. Staremo a vedere, aspettiamo questo arrivo con un po' di curiosità e con la speranza che sia un tipo tranquillo.
Intanto oggi è stata una giornata particolare. Dalle foto che ho pubblicato, dovreste aver capito che la casa si trova a due passi dal mare, e per la precisione da un porticciolo per barche a vela. A pochi metri da noi si trova un club nautico ed il 28 ottobre organizzano una regata in cui si fronteggeranno tutte i club velisti di Sydney. Incuriosito dall'evento e voglioso di trovarmi qualcosa da fare, qualche giorno fa avevo bussato alla porta del club, chiedendo informazioni sulla gara e offrendomi come volontario per l'organizzazione dell'evento. Beh, per farvela breve, oggi c'era la prima giornata di lavoro, dove una ventina di membri del club più il sottoscritto ci siamo ritrovati per dare una pulizia generale agli spazi. Infatti il posto era ridotto veramente male poiché, essendo comunale, non ha molti soldi per pagare giardinieri, manutentori e si regge unicamente sui contributi dei suoi associati. Così ho passato la mattinata a strappare erbacce, conoscendo diversa gente, tra cui un australiano di nome Lorenzo con origini piemontesi che mi ha completamente sequestrato vedendo in me un'ottima occasione per fare pratica con il suo italiano. Alla fine della giornata mi ha anche portato a far vedere dove si trova il supermercato dove sua moglie va a fare la spesa. Tutto fiero, è entrato dentro il locale, fino al bancone degli alimentari, dove erano esposti una miriade di insaccati e formaggi da ogni regione della nostra penisola e nessuno aveva il cartellino con il prezzo indicato. Ma non è stato l'unico con cui ho stretto amicizia. Infatti il presidente del Club, o come dice lui "il commodoro", ringraziandomi per il mio aiuto mi ha detto che in cambio posso andare ogni venerdì verso le 6 di sera e mi insegneranno ad andare in barca a vela. Non so se riuscirò a frequentare così assiduamente il circolo, ma l'idea mi è sembrata carina e anche se solo riesco a praticare un po' di più l'inglese e ad imparare a fare qualcosa in barca, la cosa non mi dispiace. Se poi queste conoscenze porteranno a qualcos'altro, non ci è dato sapere; se son rose fioriranno...
sabato 13 ottobre 2012
Rapare un cane
Ormai è un mese che siamo in Australia e la ricerca del lavoro si fa un po' faticosa. Dede continua a fare progressi a scuola e comincia perfino a dire qualcosina in giapponese. Non sono le occasioni che mancano, Sydney è una città che offre molto lavoro, il problema è presentarsi con il profilo giusto. Lavori come lavapiatti, aiuto-cuoco, facchino o cameriera in albergo ce ne sono, il fatto è che son lavori molto faticosi e umili e noi, che li abbiamo già fatti una decina di anni fa quando eravamo un po' più giovani, non ce la sentiamo di tornare in dietro.
In ogni caso forse si tratta di essere solo un po' più pazienti, intanto siamo stati chiamati per diverse interviste e alcune di queste sono sembrate promettenti. Estetista, gelataio, insegnate di letteratura, sia per Dede che per me, sembra che qualcosa spunti all'orizzonte, ma di sicuro ancora nulla, se non l'affitto esoso da pagare.
A proposito di affitto, un giorno la padrona di casa, tutta contenta, ci comunica che quel giorno sarebbe arrivato a casa il "parrucchiere" dei cani, per ridare una sistemata al suo cagnolino. Lì per lì abbiamo pensato che avesse intenzione di fare qualche taglio stilistico alla sua bestiola, spendendo un po' di quei soldi che ogni due settimane le versiamo in nero. Sia io che Dede usciamo presto la mattina, ma la prima a far rientro a casa è lei. Così, quando giungo sotto la finestra di casa verso le 7 di sera, vedo Dede che si affaccia alla finestra facendomi segno di avvicinarmi. Tutta eccitata mi dice di entrare in fretta e di venire a vedere come era stata ridotta la povera bestia. Mi racconta che dalla vergogna il cagnolino non voleva più uscire di casa, nascondendosi nella sua cuccia. Levatomi le scarpe, entro in casa e salgo le scale interne per raggiungere il piano superiore dove ci sono le stanze da letto. La bestiola sentendomi arrivare, corre subito davanti alla porta della nostra camere, ansiosa di farsi vedere e di farsi accettare nel suo nuovo stato. Nel momento in cui Dede apre la porta, mi si para davanti la figura del cane completamente denudato, spogliato, privato di qualsiasi pelo. Bulbo, così si chiama, era stato sottoposto ad una tosatura completa e radicale. Il suo lungo manto di peli color marroncino chiaro, che gli dava un'espressione dolce, era stato strappato via, come scuoiato. Il cane assumeva così le sembianza di un recluso dei campi di concentramento. Privato della sua personalità e della sua pelliccia, Bulbo girava ignudo per le camere, tremante e con lo sguardo triste, e per di più con il suo pisellino ormai completamente a vista di tutti. La padrona aveva cercato di portarlo fuori a fare la sua passeggiata quotidiana, ma l'animale si era rifiutato categoricamente di uscire in quelle condizioni.
Ora io dico, ma come si fa?! Che la sciura voglia risparmiare, si era capito, ma far rapare il suo cane a zero ci è sembrata una vera e propria cattiveria. E quando ci ha chiesto un parere estetico sul 'taglio', noi non siamo riusciti a trattenerci: placidamente le abbiamo detto che lo aveva rovinato.
Intanto nel quartiere si è svolto un evento che accade solamente due volte l'anno. Tutte le famiglie che hanno qualcosa di vecchio da buttare, lo possono mettere fuori la porta sul marciapiede, a disposizione di chiunque passi finché il servizio comunale della nettezza non passa a ritirarlo gratuitamente. Ce ne siamo accorti perché abbiamo cominciato a vedere la padrona di casa che usciva sempre più spesso e, ogni volta, tornare con qualche strano oggetto nelle mani: posate, un lume, una pentola. Così le abbiamo chiesto che cosa stesse accadendo e lei, all'inizio un po' titubante, ci ha raccontato e spiegato l'usanza. Essendo la zona abitata da gente benestante, ci ha raccontato che abitualmente arriva gente anche da altri quartieri per prendersi qualcosa. Così siamo usciti la sera a farci una passeggiata e abbiamo potuto verificare che era tutto vero. Sui marciapiedi c'era di tutto: mobili, televisioni, libri, piatti, pentole, scarpe, borse, giocattoli, elettrodomestici, perfino vetri piombati in stile liberty, attentamente sfilati dalle proprie cornici e riposte sull'asfalto della strada. Intanto per le strade si aggiravano persone di ogni sorta: sciure come la nostra, ragazzi alla ricerca di qualcosa, e perfino famiglie in furgoncino perfettamente organizzate con faro sul tettino pronto ad accendersi per far luce sui cumuli di materiale abbandonato.
Così anche noi abbiamo fatto la nostra spesa, prendendo qualche libro e oggettino.
Continua....
In ogni caso forse si tratta di essere solo un po' più pazienti, intanto siamo stati chiamati per diverse interviste e alcune di queste sono sembrate promettenti. Estetista, gelataio, insegnate di letteratura, sia per Dede che per me, sembra che qualcosa spunti all'orizzonte, ma di sicuro ancora nulla, se non l'affitto esoso da pagare.
A proposito di affitto, un giorno la padrona di casa, tutta contenta, ci comunica che quel giorno sarebbe arrivato a casa il "parrucchiere" dei cani, per ridare una sistemata al suo cagnolino. Lì per lì abbiamo pensato che avesse intenzione di fare qualche taglio stilistico alla sua bestiola, spendendo un po' di quei soldi che ogni due settimane le versiamo in nero. Sia io che Dede usciamo presto la mattina, ma la prima a far rientro a casa è lei. Così, quando giungo sotto la finestra di casa verso le 7 di sera, vedo Dede che si affaccia alla finestra facendomi segno di avvicinarmi. Tutta eccitata mi dice di entrare in fretta e di venire a vedere come era stata ridotta la povera bestia. Mi racconta che dalla vergogna il cagnolino non voleva più uscire di casa, nascondendosi nella sua cuccia. Levatomi le scarpe, entro in casa e salgo le scale interne per raggiungere il piano superiore dove ci sono le stanze da letto. La bestiola sentendomi arrivare, corre subito davanti alla porta della nostra camere, ansiosa di farsi vedere e di farsi accettare nel suo nuovo stato. Nel momento in cui Dede apre la porta, mi si para davanti la figura del cane completamente denudato, spogliato, privato di qualsiasi pelo. Bulbo, così si chiama, era stato sottoposto ad una tosatura completa e radicale. Il suo lungo manto di peli color marroncino chiaro, che gli dava un'espressione dolce, era stato strappato via, come scuoiato. Il cane assumeva così le sembianza di un recluso dei campi di concentramento. Privato della sua personalità e della sua pelliccia, Bulbo girava ignudo per le camere, tremante e con lo sguardo triste, e per di più con il suo pisellino ormai completamente a vista di tutti. La padrona aveva cercato di portarlo fuori a fare la sua passeggiata quotidiana, ma l'animale si era rifiutato categoricamente di uscire in quelle condizioni.
Ora io dico, ma come si fa?! Che la sciura voglia risparmiare, si era capito, ma far rapare il suo cane a zero ci è sembrata una vera e propria cattiveria. E quando ci ha chiesto un parere estetico sul 'taglio', noi non siamo riusciti a trattenerci: placidamente le abbiamo detto che lo aveva rovinato.
Intanto nel quartiere si è svolto un evento che accade solamente due volte l'anno. Tutte le famiglie che hanno qualcosa di vecchio da buttare, lo possono mettere fuori la porta sul marciapiede, a disposizione di chiunque passi finché il servizio comunale della nettezza non passa a ritirarlo gratuitamente. Ce ne siamo accorti perché abbiamo cominciato a vedere la padrona di casa che usciva sempre più spesso e, ogni volta, tornare con qualche strano oggetto nelle mani: posate, un lume, una pentola. Così le abbiamo chiesto che cosa stesse accadendo e lei, all'inizio un po' titubante, ci ha raccontato e spiegato l'usanza. Essendo la zona abitata da gente benestante, ci ha raccontato che abitualmente arriva gente anche da altri quartieri per prendersi qualcosa. Così siamo usciti la sera a farci una passeggiata e abbiamo potuto verificare che era tutto vero. Sui marciapiedi c'era di tutto: mobili, televisioni, libri, piatti, pentole, scarpe, borse, giocattoli, elettrodomestici, perfino vetri piombati in stile liberty, attentamente sfilati dalle proprie cornici e riposte sull'asfalto della strada. Intanto per le strade si aggiravano persone di ogni sorta: sciure come la nostra, ragazzi alla ricerca di qualcosa, e perfino famiglie in furgoncino perfettamente organizzate con faro sul tettino pronto ad accendersi per far luce sui cumuli di materiale abbandonato.
Così anche noi abbiamo fatto la nostra spesa, prendendo qualche libro e oggettino.
Continua....
venerdì 12 ottobre 2012
Visioni, camminando
Un saluto a chi ci segue dall'Italia, New Zealand, Russia e all'ignoto lettore degli USA
La scogliera dei suicidi
Ne stanno cercando uno
Camminando, camminando, dopo km e km, cercando lavoro, ogni tanto qualche squarcio di bellezze rasserenanti
Liberi, tanti, come piccioni
Mi avvicino
Mi avvicino ancora
Sempre di più
Ancora
Ancora
Zoommo
Ma non mi considera neanche di striscio
Dopo una giornata passata a cercare lavoro, un po' sconsolato e con piedi dolenti, la natura ci regala questo tramonto
Guardate cosa abbiamo trovato?! un po' di casa!
Dede con le sue compagne giapponesi, Haruna e Comomo
mercoledì 10 ottobre 2012
Letture
Primo carico
Elizabeth Beckford, 70 anni, il suo crimine fu di aver rubato 12 libbre (circa 5 kg) di formaggio
Thomas Hawell, bracciante, il suo crimine fu di aver rubato una gallina
Elizabeth Powley, 22 anni, disoccupata, il suo crimine fu di aver fatto irruzione in una cucina per rubare della pancetta, farina, uva passa e burro, condannata all'impiccagione, pena poi commutata
Thomas Chaddick, indiano d'America, guidato dalla fame in un orto, il suo crimine fu di aver rubato 12 cetrioli
William Rickson, 19 anni, bracciante, aveva provato a rubare della biancheria e dei libri
James Grace, 11 anni, aveva rubato dei nastri e della seta
William Francis, aveva rubato un libro dal titolo Conto riepilogativo dello stato fiorente dell'isola di Tobago ad un gentiluomo di nome Robert Melville
John Wisehammer, 15 anni, aveva rubato una scatola di tabacco da sniffo
Dorothy Handland, la più anziana, 82 anni, condannata per spergiuro. Giunta a Sydney, presa dalla disperazione, si tolse la vita impiccandosi ad un albero: fu il primo suicidio registrato in Australia.
Questi non sono i defunti dell'Antologia di Spoon River, non è una creazione della fantasia di qualche poeta o cantautore, questi sono solo alcuni dei nomi dei prigionieri, condannati ai lavori forzati, presenti sulla prima flotta che salpò da Londra nel 1787 per giungere nel Nuovo Galles del Sud.
Furono pescati a caso, nella corrente dei crimini che inondava l'Inghilterra del XVIII secolo, corrente la cui sorgente era una sola: la fame e la miseria di tanti ed il privilegio di pochi (come sempre).
Ma in realtà 'a caso' è l'espressione meno corretta: la maggioranza di loro era tra i 16 ed i 35 anni, il 44 % erano braccianti delle campagne, ma c'erano anche carpentieri, muratori, falegnami, marinai, calzolai, e molti altri ancora. Tra le donne segnalate come disoccupate, alcune erano prostitute.
Tutte le maestranze erano rappresentate, tutti utili e abili a costruire le fondamenta dell'Impero di Sua Maestà Britannica. Tutti scelti appositamente da una 'Giustizia' non proprio bendata. Tutti poveri, prigionieri, e quindi privi di libertà; tutti forzati al lavoro, quindi, in poche parole, schiavi.
Nonostante questo, nonostante il viaggio affrontato stipati nelle stive delle navi, senza sportelli d'areazione, nonostante la febbre, le malattie e le condizioni igieniche che mieterono molte vittime, in Inghilterra si accese la polemica tra le classi abbienti. Molti accusavano il governo di mandare dei criminali incalliti a fare un viaggio premio in terre dove avrebbero potuto arricchirsi senza pagare le tasse. Dicevano che questo era un incentivo a delinquere!
Per capire un paese, ne devi conoscere la storia e Robert Huges, grazie al suo libro The fatal shore, in Italia La riva fatale (edito dall'Adelphi), ci narra la genesi della moderna società australiana. Un libro capace lentamente di comporre un affresco che ci restituisce la dimensione sociale dell'Inghilterra di fine Settecento, dilaniata dalla rivoluzione industriale e dalla crescente urbanizzazione che trascinava nella povertà milioni di persone. La società abbiente si sentiva minacciata dall'aumentare dei crimini contro la proprietà, le strade si facevano luoghi sempre più minacciosi e il senso di insicurezza si diffondeva tra i gentiluomini e le gentildonne inglesi. L'Inghilterra liberale non poteva però tollerare la costituzione di una società più controllata, affidando troppo potere alla Polizia. Altre strade dovevano essere trovate. I carceri, che non eran statali ma bensì proprietà privata di ricchi signori, duchi e perfino Vescovi, si stavano trasformando da fonte di ricchezza a luoghi sovraffolati e quindi a rischio epidemie e rivolte. Inoltre la Rivoluzione Americana aveva posto fine alla vera e propria tratta di prigionieri che venivano venduti dai padroni delle carceri ai proprietari terrieri nelle colonie del nord America per lavorare come forzati, cioè schiavi.
Una soluzione andava trovata e la guerra contro gli olandesi dette al governo di Sua Maestà l'occasione per prendere due piccioni con una fava: colonizzare le terre scoperte dal famoso Capitano Cook, chiudere in una morsa i nemici per la conquista della ben più ambita India, occupare una terra che doveva essere ricca di legname per le navi (paragonabile solo al petrolio dei giorni d'oggi) e trovare una valvola di sfogo per l'utilizzo dei prigionieri, catturati tra le classi povere in Inghilterra.
L'Australia divenne così l'incubo per ogni convitto; le lettere dei pochi che sapevano scrivere raccontano l'ansia con cui affrontavano un viaggio senza ritorno, la loro paura, la disperazione per non poter mai più tornare a casa e riabbracciare i propri cari, il terrore di una terra che aveva la fama dell'Inferno, i lavori forzati, le punizioni corporali e la vita bestiale a cui erano stati condannati.
Robert Huges racconta questo e altro: narra dei campi di prigionia e lo fa non in modo anonimo, ma anzi alcune volte riesce anche a ricostruire i nomi e le storie individuali di questi dannati, riportando alla luce le loro fughe, i tentativi vani di gente ignorante, nata e cresciuta nei docks di Londra e strappata ai propri cari, che ignara della geografia, pensava di poter raggiungere la Cina a piedi, trovando invece solo il deserto e spesso la morte.
Per gli australiani, questa è una storia dura a sentire; fino agli anni '70 e '80, era addirittura celata e volutamente dimenticata. Secondo Robert Huges, uno dei motivi per cui i coloni australiani non hanno mai sviluppato un sentimento di indipendenza come gli americani, sta proprio nel fatto di aver voluto cancellare la propria storia per voler essere a tutti costi considerati al pari degli uomini liberi inglesi, cittadini rispettabili dell'Impero.
- Furti minori 431
- Furti in casa 93
- Furti lungo le strade extraurbane 71
- Furto di bestiame 44
- Furto con violenza 31
- Grandi furti 9
- Ricettazione 8
- Truffa 7
- Falsificazione di documenti e banconote 4
- altro 35
- totale 733
Elizabeth Beckford, 70 anni, il suo crimine fu di aver rubato 12 libbre (circa 5 kg) di formaggio
Thomas Hawell, bracciante, il suo crimine fu di aver rubato una gallina
Elizabeth Powley, 22 anni, disoccupata, il suo crimine fu di aver fatto irruzione in una cucina per rubare della pancetta, farina, uva passa e burro, condannata all'impiccagione, pena poi commutata
Thomas Chaddick, indiano d'America, guidato dalla fame in un orto, il suo crimine fu di aver rubato 12 cetrioli
William Rickson, 19 anni, bracciante, aveva provato a rubare della biancheria e dei libri
James Grace, 11 anni, aveva rubato dei nastri e della seta
William Francis, aveva rubato un libro dal titolo Conto riepilogativo dello stato fiorente dell'isola di Tobago ad un gentiluomo di nome Robert Melville
John Wisehammer, 15 anni, aveva rubato una scatola di tabacco da sniffo
Dorothy Handland, la più anziana, 82 anni, condannata per spergiuro. Giunta a Sydney, presa dalla disperazione, si tolse la vita impiccandosi ad un albero: fu il primo suicidio registrato in Australia.
Questi non sono i defunti dell'Antologia di Spoon River, non è una creazione della fantasia di qualche poeta o cantautore, questi sono solo alcuni dei nomi dei prigionieri, condannati ai lavori forzati, presenti sulla prima flotta che salpò da Londra nel 1787 per giungere nel Nuovo Galles del Sud.
Furono pescati a caso, nella corrente dei crimini che inondava l'Inghilterra del XVIII secolo, corrente la cui sorgente era una sola: la fame e la miseria di tanti ed il privilegio di pochi (come sempre).
Ma in realtà 'a caso' è l'espressione meno corretta: la maggioranza di loro era tra i 16 ed i 35 anni, il 44 % erano braccianti delle campagne, ma c'erano anche carpentieri, muratori, falegnami, marinai, calzolai, e molti altri ancora. Tra le donne segnalate come disoccupate, alcune erano prostitute.
Tutte le maestranze erano rappresentate, tutti utili e abili a costruire le fondamenta dell'Impero di Sua Maestà Britannica. Tutti scelti appositamente da una 'Giustizia' non proprio bendata. Tutti poveri, prigionieri, e quindi privi di libertà; tutti forzati al lavoro, quindi, in poche parole, schiavi.
Nonostante questo, nonostante il viaggio affrontato stipati nelle stive delle navi, senza sportelli d'areazione, nonostante la febbre, le malattie e le condizioni igieniche che mieterono molte vittime, in Inghilterra si accese la polemica tra le classi abbienti. Molti accusavano il governo di mandare dei criminali incalliti a fare un viaggio premio in terre dove avrebbero potuto arricchirsi senza pagare le tasse. Dicevano che questo era un incentivo a delinquere!
Per capire un paese, ne devi conoscere la storia e Robert Huges, grazie al suo libro The fatal shore, in Italia La riva fatale (edito dall'Adelphi), ci narra la genesi della moderna società australiana. Un libro capace lentamente di comporre un affresco che ci restituisce la dimensione sociale dell'Inghilterra di fine Settecento, dilaniata dalla rivoluzione industriale e dalla crescente urbanizzazione che trascinava nella povertà milioni di persone. La società abbiente si sentiva minacciata dall'aumentare dei crimini contro la proprietà, le strade si facevano luoghi sempre più minacciosi e il senso di insicurezza si diffondeva tra i gentiluomini e le gentildonne inglesi. L'Inghilterra liberale non poteva però tollerare la costituzione di una società più controllata, affidando troppo potere alla Polizia. Altre strade dovevano essere trovate. I carceri, che non eran statali ma bensì proprietà privata di ricchi signori, duchi e perfino Vescovi, si stavano trasformando da fonte di ricchezza a luoghi sovraffolati e quindi a rischio epidemie e rivolte. Inoltre la Rivoluzione Americana aveva posto fine alla vera e propria tratta di prigionieri che venivano venduti dai padroni delle carceri ai proprietari terrieri nelle colonie del nord America per lavorare come forzati, cioè schiavi.
Una soluzione andava trovata e la guerra contro gli olandesi dette al governo di Sua Maestà l'occasione per prendere due piccioni con una fava: colonizzare le terre scoperte dal famoso Capitano Cook, chiudere in una morsa i nemici per la conquista della ben più ambita India, occupare una terra che doveva essere ricca di legname per le navi (paragonabile solo al petrolio dei giorni d'oggi) e trovare una valvola di sfogo per l'utilizzo dei prigionieri, catturati tra le classi povere in Inghilterra.
L'Australia divenne così l'incubo per ogni convitto; le lettere dei pochi che sapevano scrivere raccontano l'ansia con cui affrontavano un viaggio senza ritorno, la loro paura, la disperazione per non poter mai più tornare a casa e riabbracciare i propri cari, il terrore di una terra che aveva la fama dell'Inferno, i lavori forzati, le punizioni corporali e la vita bestiale a cui erano stati condannati.
Robert Huges racconta questo e altro: narra dei campi di prigionia e lo fa non in modo anonimo, ma anzi alcune volte riesce anche a ricostruire i nomi e le storie individuali di questi dannati, riportando alla luce le loro fughe, i tentativi vani di gente ignorante, nata e cresciuta nei docks di Londra e strappata ai propri cari, che ignara della geografia, pensava di poter raggiungere la Cina a piedi, trovando invece solo il deserto e spesso la morte.
Per gli australiani, questa è una storia dura a sentire; fino agli anni '70 e '80, era addirittura celata e volutamente dimenticata. Secondo Robert Huges, uno dei motivi per cui i coloni australiani non hanno mai sviluppato un sentimento di indipendenza come gli americani, sta proprio nel fatto di aver voluto cancellare la propria storia per voler essere a tutti costi considerati al pari degli uomini liberi inglesi, cittadini rispettabili dell'Impero.
sabato 6 ottobre 2012
Lungo le strade di Sydney
Anche oggi è stata una maratona, ma questa volta fondamentalmente dedicata a Dede. Dopo aver composto una lista di Spa situate nella City di Sydney giusto la sera prima grazie ad una rapida ricerca sul moderno oracolo google, questa mattina siamo usciti di casa verso le ore 9.30 per farci ritorno alle 18.30. La bellezza di 9 ore di camminata, con qualche pausa per il pasto, ma fondamentalmente sono state 9 ore passate per le strade della città.
La prima tappa è stata la biblioteca di quartiere vicino casa, di cui mi sono fatto la tessera per poter usufruire del prestito libri e di tutti i suoi servizi. Le biblioteche dello stato del New South Wales sono ben funzionanti, hanno diversi libri, film che possono essere presi in prestito (come ovviamente tutte le biblioteche di questo mondo) ma hanno anche la connessione internet gratuita, una fotocopiatrice a prezzi ragionevoli, e una serie di corsi di formazione gratuiti a disposizione della cittadinanza. E' molto frequentata: la mattina vi si recano, oltre a qualche studente, anche qualche pensionato e qualche clochard giusto per leggere il quotidiano senza doverselo comprare dal giornalaio. L'unico neo, non da poco, è che la tessere vale solo per la biblioteca in cui te la sei fatta, se ti rechi in un'altra, ti devi fare una nuova tessera. Cioè a Sydney non esiste una tessera valida per tutte le biblioteche comunali. Una cosa folle!!
Così, dicevo, questa mattina vi ci siamo recati per fare le fotocopie del Cv di Dede e le mie, dopodiché ci siamo diretti verso le nostre destinazioni. Dede è stata bravissima, si è fatta tutti i centri estetici uno dietro l'altro, entrando da sola a presentarsi e a consegnare CV e lettere di referenza. In due centri è riuscita anche a parlare con le manager, uscendo dopo 10 lunghi minuti, durante i quali ho avuto il sospetto che la stessero già testando con qualche messaggio.
Lei ne usciva sempre sorridente, contenta ed elettrizzata, un po' per l'idea di poter riprendere a lavorare, (a suo dire è la prima volta da quando aveva 14 anni che si trova inattiva per un così lungo periodo) un po' perché sta cominciando a vedere i frutti dei suoi studi, riuscendo a parlare inglese con le persone.
Le spa che abbiamo visitato sono o all'interno di alberghi o indipendenti, ma sempre dentro strutture in cui si trovano altri servizi. In uno di questi centri, la gestrice le ha raccontato che ha vissuto per un periodo a Milano e che le pare di conoscere il Down Town dove Dede ha lavorato fino a quest'anno.
Nel frattempo io mi sono guardato intorno, fermandomi in qualche Pub e distribuendo i miei CV. Purtroppo di gelaterie non ne ho incontrato, eccetto una danese gestita da un cinese, ma non mi ha fatto una buona impressione, al punto tale che non sono neanche entrato a proporre il mio resume.
In questo nostro peregrinare, siamo giunti in un quartiere fino adesso inesplorato. Si trova prossimo al mare e non troppo lontano dal centro storico di Sydney, ed è costruito su una collina che sovrasta la zona. Ma un po' per la presenza dei grattaceli, un po' per la posizione delle sue strade, in realtà non lo si può per nulla considerare un quartiere panoramico. Il particolare di questa zona è la presenza, lungo i suoi corsi principali, alcuni dei quali anche pedonali, di moltissimi negozi, di cui alcuni a luci rosse. E' stato strano, perché all'inizio abbiamo cominciato ad osservare un cambio nel tipo di umanità che popolava quelle strade, tant'è che Dede ha cominciato a dire che stavamo entrando in un quartiere popolare, dopodiché la presenza sempre più frequente di signorine passeggianti lungo i marciapiedi e di ubriaconi ci ha fatto venire in mente il nostro quartiere di provenienza. Poi abbiamo cominciato a notare le numerose scritte che invitavano i passanti ad entrare ed a lasciarsi andare ai mille piaceri della carne.
Tornati indietro siamo passati vicini alla scuola di Dede per dirigerci verso altre Spa ed infine verso casa.
Così la nostra terza settimana si è conclusa: io tra le interviste e i km, Dede a scuola con le sue nuove amicizie giapponesi.
Infatti in questa scuola il gruppo di maggioranza è nipponico e Dede pare gradisca molto la compagnia dei suoi amici orientali. Ci sono degli italiani ma non ci va molto d'accordo, questi anzi hanno faticato un po' a credere che anche lei viene dall'Italia. Con le ragazze giapponesi invece ha trovato una maggiore sintonia, un po' perché sono riservate e gentili per loro propria cultura, un po' perché loro l'hanno subito adottata e integrata nel loro gruppo.
La prima tappa è stata la biblioteca di quartiere vicino casa, di cui mi sono fatto la tessera per poter usufruire del prestito libri e di tutti i suoi servizi. Le biblioteche dello stato del New South Wales sono ben funzionanti, hanno diversi libri, film che possono essere presi in prestito (come ovviamente tutte le biblioteche di questo mondo) ma hanno anche la connessione internet gratuita, una fotocopiatrice a prezzi ragionevoli, e una serie di corsi di formazione gratuiti a disposizione della cittadinanza. E' molto frequentata: la mattina vi si recano, oltre a qualche studente, anche qualche pensionato e qualche clochard giusto per leggere il quotidiano senza doverselo comprare dal giornalaio. L'unico neo, non da poco, è che la tessere vale solo per la biblioteca in cui te la sei fatta, se ti rechi in un'altra, ti devi fare una nuova tessera. Cioè a Sydney non esiste una tessera valida per tutte le biblioteche comunali. Una cosa folle!!
Così, dicevo, questa mattina vi ci siamo recati per fare le fotocopie del Cv di Dede e le mie, dopodiché ci siamo diretti verso le nostre destinazioni. Dede è stata bravissima, si è fatta tutti i centri estetici uno dietro l'altro, entrando da sola a presentarsi e a consegnare CV e lettere di referenza. In due centri è riuscita anche a parlare con le manager, uscendo dopo 10 lunghi minuti, durante i quali ho avuto il sospetto che la stessero già testando con qualche messaggio.
Lei ne usciva sempre sorridente, contenta ed elettrizzata, un po' per l'idea di poter riprendere a lavorare, (a suo dire è la prima volta da quando aveva 14 anni che si trova inattiva per un così lungo periodo) un po' perché sta cominciando a vedere i frutti dei suoi studi, riuscendo a parlare inglese con le persone.
Le spa che abbiamo visitato sono o all'interno di alberghi o indipendenti, ma sempre dentro strutture in cui si trovano altri servizi. In uno di questi centri, la gestrice le ha raccontato che ha vissuto per un periodo a Milano e che le pare di conoscere il Down Town dove Dede ha lavorato fino a quest'anno.
Nel frattempo io mi sono guardato intorno, fermandomi in qualche Pub e distribuendo i miei CV. Purtroppo di gelaterie non ne ho incontrato, eccetto una danese gestita da un cinese, ma non mi ha fatto una buona impressione, al punto tale che non sono neanche entrato a proporre il mio resume.
In questo nostro peregrinare, siamo giunti in un quartiere fino adesso inesplorato. Si trova prossimo al mare e non troppo lontano dal centro storico di Sydney, ed è costruito su una collina che sovrasta la zona. Ma un po' per la presenza dei grattaceli, un po' per la posizione delle sue strade, in realtà non lo si può per nulla considerare un quartiere panoramico. Il particolare di questa zona è la presenza, lungo i suoi corsi principali, alcuni dei quali anche pedonali, di moltissimi negozi, di cui alcuni a luci rosse. E' stato strano, perché all'inizio abbiamo cominciato ad osservare un cambio nel tipo di umanità che popolava quelle strade, tant'è che Dede ha cominciato a dire che stavamo entrando in un quartiere popolare, dopodiché la presenza sempre più frequente di signorine passeggianti lungo i marciapiedi e di ubriaconi ci ha fatto venire in mente il nostro quartiere di provenienza. Poi abbiamo cominciato a notare le numerose scritte che invitavano i passanti ad entrare ed a lasciarsi andare ai mille piaceri della carne.
Tornati indietro siamo passati vicini alla scuola di Dede per dirigerci verso altre Spa ed infine verso casa.
Così la nostra terza settimana si è conclusa: io tra le interviste e i km, Dede a scuola con le sue nuove amicizie giapponesi.
Infatti in questa scuola il gruppo di maggioranza è nipponico e Dede pare gradisca molto la compagnia dei suoi amici orientali. Ci sono degli italiani ma non ci va molto d'accordo, questi anzi hanno faticato un po' a credere che anche lei viene dall'Italia. Con le ragazze giapponesi invece ha trovato una maggiore sintonia, un po' perché sono riservate e gentili per loro propria cultura, un po' perché loro l'hanno subito adottata e integrata nel loro gruppo.
giovedì 4 ottobre 2012
Che caldo!
32°! Oggi abbiamo toccato i 32°, praticamente si scioglieva l'asfalto nelle strade. Siamo appena entrati in primavera e già abbiamo queste temperature, chissà come sarà l'estate?! Faremo natale e capodanno in costume a mezzanotte!
Intanto che la bella stagione avanza anche la nostra ricerca incalza. Questa settimana ho partecipato al corso per ottenere la licenza RSA, indispensabile se si vuol lavorare in Pub, ristoranti e bar. Hanno regole molto strette in Australia sulla vendita ed il consumo degli alcolici, un po' come in New Zealand e negli States. Il loro rapporto con l'alcol è piuttosto complicato: sono grandi bevitori e forse anche troppo, cioè bevono talmente tanto che hanno bisogno di limitarne l'uso per evitare che si diffondano problemi di tipo sociale. Ogni volta che il New South Wales, lo stato di Sydney, ha cercato nel passato di modificare le sue leggi per liberalizzare il commercio delle bevande alcoliche, immediatamente si moltiplicavano reati associati al loro uso sfrenato: come risse, incidenti, violenze etc...
Così in NSW per vendere alcol devi avere la licenza e anche se lavori come dipendente devi avere la licenza. Al corso, frequentato in gran parte da Backpackers europei, l'insegnate ci ha istruito su quali siano i nostri obblighi essenziali nel momento in cui dovessimo esercitare la nostra professione:
- non si può vendere bevande alcoliche ai minorenni
- controllare i documenti a tutti quelli che sembrano venticinquenni
- rifiutarsi di servire persone che mostrano i primi segni di ubriachezza ed invitarli ad uscire dal locale
Se non si assolve a tali compiti o solo se una persona si ubriaca nel locale dove stai lavorando, non solo il proprietario è soggetto a possibili multe, ma anche il cameriere. E le multe sono salatissime!
Insomma, bisogna stare attenti! Ovviamente la teoria è una cosa e la pratica ne è un'altra. Dipende dal locale in cui si lavora, ma vi assicuro che girando un po' di pub, o sarebbe meglio dire hotel come li chiamano loro, di gente che aveva bevuto troppo ed era un po' alticcia ne ho vista!
Superato l'esame ed il corso, costatomi ben 120$, ho fatto diversi km a piedi distribuendo curriculum. Alcuni hanno mostrato interesse, altri invece non hanno voluto prendere neanche il foglio. Ad alcuni ho chiesto espressamente di farmi fare una settimana di prova per insegnarmi il mestiere del waiter in un pub britannico, ma vedremo....
Intanto ho avuto tre colloqui: uno in una libreria-bar (quello a cui punterei di più), l'altro in un fast-food del gelato gestito da un cinese, l'ultimo in una scuola di lingua.
Bene, il proprietario della libreria ha detto che aveva altre 8 interviste da effettuare e nel caso in cui dovesse scegliere me, mi chiamerà la prossima settimana per la prova.
Il gelataio cinese ha subito detto che non vado bene, perché non vuole un gelataio, perché loro non creano gusti, perché loro sono un fast-food e che vogliono personale scattante e veloce!*_*
La scuola mi offrirebbe anche un lavoro, ma sono solo due ore a settimana, pagate per di più una miseria. Per il momento ovviamente ho dato la mia disponibilità, ma staremo a vedere. Quando oggi sono stato lì, avevo preparato un prospetto di corso di italiano di base, a partire dalle informazioni ricavate dalla pubblicità che loro hanno sul loro sito. Sono stato tutta la mattina a lavorarci su: 8 lezioni per 8 settimane, che spaziano dagli elementi base della comunicazione fino a contemplare lezioni di cucina (la pizza, il ristorante romano) o di cultura generica (musei e monumenti di Firenze). Il tutto in una presentazione in Power Point. Beh, volete sapere quale è stata la risposta della signorina che mi intervistava? "Troppo, troppo, forse lei è fin troppo qualificato per noi".
Vabbe! Dovremo avere un po' di pazienza e continuare a cercare.
Intanto siamo dimagriti e la più contenta di questi cambiamenti nel nostro fisico è ovviamente Dede! E non solo per lei, ma anche per la piccola pancetta che avevo messo su negli ultimi anni. Non dico che è totalmente sparita, ma quasi. Sarà il caldo, saranno i km fatti a piedi sotto il sole, passando di locanda in
locanda e di scuola in scuola, sarà l'alimentazione più 'attenta' per la stretta osservanza del nostro regime di risparmio, in ogni caso funziona.
P.S.: ah, dimenticavo! Durante una di queste camminate ho incrociato Del Piero, vestito di tutto punto che si dirigeva con passo veloce chissà dove. Non l'ho fermato, un po' perché non sono mai stato Juventino (anzi), un po' perché mi è sempre scocciato fermare le persone famose, ho sempre avuto la sensazione di disturbare e, dato che non mi è mai piaciuto importunare la gente, non l'ho fatto neanche sta volta!
Intanto che la bella stagione avanza anche la nostra ricerca incalza. Questa settimana ho partecipato al corso per ottenere la licenza RSA, indispensabile se si vuol lavorare in Pub, ristoranti e bar. Hanno regole molto strette in Australia sulla vendita ed il consumo degli alcolici, un po' come in New Zealand e negli States. Il loro rapporto con l'alcol è piuttosto complicato: sono grandi bevitori e forse anche troppo, cioè bevono talmente tanto che hanno bisogno di limitarne l'uso per evitare che si diffondano problemi di tipo sociale. Ogni volta che il New South Wales, lo stato di Sydney, ha cercato nel passato di modificare le sue leggi per liberalizzare il commercio delle bevande alcoliche, immediatamente si moltiplicavano reati associati al loro uso sfrenato: come risse, incidenti, violenze etc...
Così in NSW per vendere alcol devi avere la licenza e anche se lavori come dipendente devi avere la licenza. Al corso, frequentato in gran parte da Backpackers europei, l'insegnate ci ha istruito su quali siano i nostri obblighi essenziali nel momento in cui dovessimo esercitare la nostra professione:
- non si può vendere bevande alcoliche ai minorenni
- controllare i documenti a tutti quelli che sembrano venticinquenni
- rifiutarsi di servire persone che mostrano i primi segni di ubriachezza ed invitarli ad uscire dal locale
Se non si assolve a tali compiti o solo se una persona si ubriaca nel locale dove stai lavorando, non solo il proprietario è soggetto a possibili multe, ma anche il cameriere. E le multe sono salatissime!
Insomma, bisogna stare attenti! Ovviamente la teoria è una cosa e la pratica ne è un'altra. Dipende dal locale in cui si lavora, ma vi assicuro che girando un po' di pub, o sarebbe meglio dire hotel come li chiamano loro, di gente che aveva bevuto troppo ed era un po' alticcia ne ho vista!
Superato l'esame ed il corso, costatomi ben 120$, ho fatto diversi km a piedi distribuendo curriculum. Alcuni hanno mostrato interesse, altri invece non hanno voluto prendere neanche il foglio. Ad alcuni ho chiesto espressamente di farmi fare una settimana di prova per insegnarmi il mestiere del waiter in un pub britannico, ma vedremo....
Intanto ho avuto tre colloqui: uno in una libreria-bar (quello a cui punterei di più), l'altro in un fast-food del gelato gestito da un cinese, l'ultimo in una scuola di lingua.
Bene, il proprietario della libreria ha detto che aveva altre 8 interviste da effettuare e nel caso in cui dovesse scegliere me, mi chiamerà la prossima settimana per la prova.
Il gelataio cinese ha subito detto che non vado bene, perché non vuole un gelataio, perché loro non creano gusti, perché loro sono un fast-food e che vogliono personale scattante e veloce!*_*
La scuola mi offrirebbe anche un lavoro, ma sono solo due ore a settimana, pagate per di più una miseria. Per il momento ovviamente ho dato la mia disponibilità, ma staremo a vedere. Quando oggi sono stato lì, avevo preparato un prospetto di corso di italiano di base, a partire dalle informazioni ricavate dalla pubblicità che loro hanno sul loro sito. Sono stato tutta la mattina a lavorarci su: 8 lezioni per 8 settimane, che spaziano dagli elementi base della comunicazione fino a contemplare lezioni di cucina (la pizza, il ristorante romano) o di cultura generica (musei e monumenti di Firenze). Il tutto in una presentazione in Power Point. Beh, volete sapere quale è stata la risposta della signorina che mi intervistava? "Troppo, troppo, forse lei è fin troppo qualificato per noi".
Vabbe! Dovremo avere un po' di pazienza e continuare a cercare.
Intanto siamo dimagriti e la più contenta di questi cambiamenti nel nostro fisico è ovviamente Dede! E non solo per lei, ma anche per la piccola pancetta che avevo messo su negli ultimi anni. Non dico che è totalmente sparita, ma quasi. Sarà il caldo, saranno i km fatti a piedi sotto il sole, passando di locanda in
locanda e di scuola in scuola, sarà l'alimentazione più 'attenta' per la stretta osservanza del nostro regime di risparmio, in ogni caso funziona.
P.S.: ah, dimenticavo! Durante una di queste camminate ho incrociato Del Piero, vestito di tutto punto che si dirigeva con passo veloce chissà dove. Non l'ho fermato, un po' perché non sono mai stato Juventino (anzi), un po' perché mi è sempre scocciato fermare le persone famose, ho sempre avuto la sensazione di disturbare e, dato che non mi è mai piaciuto importunare la gente, non l'ho fatto neanche sta volta!
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