Ancora non riesco ad avere una visione complessiva di Sydney! Eppure ad Auckland, dopo appena due o tre settimane, eravamo già riusciti a comprenderne la struttura di fondo, ad averne un'idea. Sarà dovuto al fatto che non abbiamo una macchina con cui girare la città, sarà perché Sydney è molto più grande, sta di fatto che la sensazione prevalente è quella di sentirsi persi all'interno di vasta ed estesa area urbana.
Nonostante i suoi 4 milioni abbondanti di abitanti, il traffico scorre abbastanza agevolmente dal suo centro 'storico' verso le periferie, attraverso le sue arterie principali ed i suoi grandiosi ponti. Niente a che vedere con la fila interminabile di macchine che due volte al giorno, ogni giorno, si forma a Milano sull'arteria che congiunge la città con la Brianza. Qui il traffico di macchine e mezzi privati sembra non raggiungere mai i nostri livelli, anche nelle ore di rientro dal lavoro. Non so se questo sia dovuto alla conformazione della città, all'utilizzo dei suoi mezzi pubblici oppure ad una eventuale dislocazione decentralizzata e policentrica dei luoghi di lavoro. E' troppo poco tempo che abitiamo qui per poter conoscere queste cose. In ogni modo, gli effetti positivi si vedono sulla qualità dell'aria che respiriamo. Non è quella di Auckland, frizzante, leggera e fresca come quella di montagna, ma comunque parliamo di aria pulita.
Fortunatamente il quartiere (suburb) dove viviamo è una zona abbastanza benestante e questo ci evita tutta una serie di problemi tipici dei quartieri popolari, che noi ben conosciamo. Certo alcune volte, quando ci addentriamo nelle zone più caotiche e affollate, un po' ci mancano i colori, i rumori, il vortice di vita tipico dei quartieri dove vivono e lavorano le persone appartenenti a classi meno agiate. Sopratutto a Dede, a cui piace andar per negozietti, che vendono un po' di tutto, con prodotti proveniente da varie parti del mondo e sopratutto a prezzi abbordabili.
Anche la nostra zona una volta era un vero e proprio quartiere operaio, pieno di fabbriche, di cui oggi rimangono solo alcuni resti recuperati come archeologia industriale. I vecchi abitanti dicono che un tempo era tutto sporco e zozzo da queste parti, ma da quando le fabbriche hanno chiuso e la zona è stata bonificata, tutto è cambiato. Rimangono qua e là delle case popolari costruite in mattoni rossi, proprio come quelle che abbiamo visto a Londra, ma fondamentalmente la zona è dominata da villette a schiera, alcune delle quali con vista sul mare, garage e posto barca nel porticciolo.
Totalmente diversa è l'area di Watson Bay, dove lavoro come gelatiere. Lì è una vera e propria Beverly Hills, con ville enormi, circondate da giardini, piscine, parchi, campi da tennis ed ogni ben di dio. I miei giovanissimi colleghi sono di quella zona e frequentano le costosissime scuole private del quartiere. Da questo punto di vista, infatti, trovo lodevole il fatto che, pur appartenendo a famiglie più che benestanti, si facciano delle esperienze di lavoro già a questa età. Molti di loro andranno all'università per intraprendere carriere ovviamente molto più remunerative ma, a mio modo di vedere, sapere cosa significa 'lavorare come dipendente' sarà loro molto utile.
Il mio manager-store invece abita in uno dei pochissimi appartamenti della zona e la sua storia pare abbastanza burrascosa per quel poco che mi ha raccontato. Di famiglia australiana da almeno due secoli con chiare origini inglesi, Marc ha trent'anni appena compiuti. E' stato sposato e divorziato, con grande ira della sua famiglia, di fede protestante. Dopo la fine della sua relazione matrimoniale ha attraversato un periodo buio, perdendo lavoro e casa. Fortunatamente ha poi cominciato a ringranare la marcia: ha prima trovato posto come dipendente in una delle gelaterie della compagnia, per poi diventare manager di uno dei suoi punti vendita. Alla mia domanda se vuole in futuro aprire una sua propria gelatieria, mi ha risposto senza alcuna esitazione che non ne ha la minima intenzione. Al che gli ho chiesto perché avesse scelto proprio questo tipo di business e lui mi ha fatto notare che ci si è trovato, che non è stato lui a scegliere il lavoro, ma il lavoro a scegliere lui.
Non ho alle mie spalle una variegata esperienza lavorativa, fondamentalmente ho sempre fatto il professore. Certo ho svolto qualche lavoretto in passato come facchino negli alberghi a Milano o per una pizzeria a Ferrara, ma devo dire che da quando ho cominciato a mettere il naso nel settore della produzione e vendita di cibo, cioè da un anno a questa parte, sono veramente poche le persone incontrate che hanno una vera e propria passione per ciò che producono. La maggioranza si presenta e si vende come tale, ma in realtà son solo palle. Food healthy, fresh, good, artisan! I came from a family of Chef or Gelatieri! Palle, tutte palle, buone solo per abbindolare la clientela. In realtà, basta girare dietro il bancone per rendersi conto di ciò che ti propinano.
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