Attraversato da sud a nord tutta la terra dei Fiordi, ci
siamo diretti verso il Westland, assistendo, lungo un tragitto tortuoso, ad un
cambio repentino di paesaggi e clima. Dalla zona dei laghi e delle montagne
siamo scesi giù per l’unica strada che collega le due regioni. Questa si
attorciglia e scende rapidamente dalle montagne, all’interno di una foresta che
cambia e muta fisionomia mano a mano che si scende di altitudine. Da un tipico
paesaggio alpino si passa ad una vera e propria foresta pluviale, verde,
lussureggiante, rigogliosa, caratterizzata dalla tipica sagoma della chioma
degli alberi di felce che sbucano ovunque dal fitto bosco.
E dato che si tratta di foresta pluviale, anche il cambio di
clima non si è fatto attendere. Immediatamente, appena abbiamo varcato il passo
e abbiamo iniziato la discesa, ci siamo ritrovati sotto una fitta pioggia
ininterrotta ed instancabile che ci ha accompagnati per tutto il giorno e tutta
la notte, dandoci completamente la sensazione di trovarci in uno di quei film
ambientati in qualche zona tropicale.
Una volta giunti sulla costa che era già notte, siamo
riusciti a trovare rifugio in una locanda lungo l’unica strada della regione.
La locanda è il primo edificio di uno dei pochissimi villaggi che si trovano in
questo distretto, vasto quanto un’intera regione italiana. Non dovete pensare
ai paesini europei, costruiti come presepi, compatti, con edifici in pietra o
mattone. Questi piccoli villaggi sono costituiti da pochissime famiglie che
vivono in qualche casa fatta di materiali prefabbricati, compensati, carton
gesso e tetti in lamiera. Hanno un aspetto umido e fragile ed in effetti sono
abitazioni umide che si consumano nel giro di qualche decennio, essendo sottoposti
alle intemperie del posto. Il ristoro dove abbiamo dormito e mangiato, era frequentato
da gente del posto, ancora in veste da lavoro, chiassosi e abbirrazzati,
intenti a giocare a biliardo e ad insultare i loro cugini australiani. Al di là del bancone dell’oste,
attaccato al muro, la televisione trasmetteva le immagini di una trasmissione
dedicata ai ricercati locali, descrivendoli con dovizia di particolari,
mostrando le loro foto segnaletiche ed invitando i telespettatori ad avvertire
la polizia nel caso di avvistamento.
Il giorno dopo siamo stati graziati dal tempo e ci siamo
svegliati con un cielo terso e aperto. Il che ci ha permesso di prendere una
strada sterrata e di inoltrarci nella foresta pluviale, fino ad arrivare sulla
spiaggia, da cui poi abbiamo proseguito a piedi lungo un sentiero di circa 5
ore. Anche questo piccolo track è stato sorprendente e all’altezza delle
aspettative. Per un’ora abbiamo prima camminato lungo l’enorme spiaggia
oceanica che corre lungo tutta la Westcoast. Essa è amplia e fatta di sassi,
sulla quale sono adagiati qua e là, come se fossero relitti di navi naufragate,
tronchi d’albero strappati dalle intemperie alla vegetazione. Successivamente
il tracciato piega verso l’interno attraversando una piccola laguna stagnante
che si trova alle spalle della spiaggia. Si attraversa lo specchio d’acqua su
cui si riflettono le alte montagne innevate che ancora si vedono alle spalle,
usando due lunghi ponticelli in legno, uno dei quali è rotto a metà,
costringendoci ad un passaggio su un tronco poggiato tra il ponte monco e la terra,
regalandoci anche una piccola illusione di avventura. Lasciata la laguna, il
tracciato sale su una scogliera a strapiombo sul mare, immergendosi questa
volta per ben 2 ore e mezzo dentro la foresta pluviale. Il tragitto è stato
emozionante poiché, pur essendo sicuro, dava l’idea di essere immersi in una
delle grandi foreste pluviali che ricoprono le zone tropicali. Il fresco, i
gorgheggi degli uccelli che paiono delle vere e proprie composizioni, il verde
intenso si mescolano con il fragore dell’oceano che si sente in sottofondo con
le sue alte onde. Dopo questo lungo cammino, il sentiero scende e finisce in
un’altra spiaggia, simile alla precedente, ma chiusa alle spalle dalla scogliera di
roccia e terra alla cui sommità c’è la foresta e dalla quale scendono a cascata
dei torrenti. Alla fine di questa spiaggia, schiaffeggiata da enormi cavalloni
oceanici, abbiamo potuto godere di un incontro per noi spettacolare, vera
ragione di questa nostra fatica. Una piccola colonia di foche, distese a
prendere l’ultimo sole autunnale e in totale relax, osservando il mare con le
sue onde. È stato come in un documentario. Ci siamo avvicinati, piano piano,
per non spaventarle. Dede si è avvicinata più che poteva. Loro ci hanno visto e
ci hanno osservato con quei loro grandi occhi, neri e dolci, alzandosi ritte
come fari sulle loro enormi pinne, guardandoci come per misurare le distanze.
Un’altra grande emozione! Grazie New Zealand, grazie Aotearoa!








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