Trovato, lavorato e lasciato. E Tutto in due giorni.
Proprio così miei cari, ho avuto la mia prima esperienza lavorativa in Australia. Breve, intensa e significativa. Ma cerchiamo di raccontarvi un po' come sono andati gli avvenimenti.
Mentre tornavo verso casa, ho visto su una vetrina di un bar italiano un'offerta di lavoro per lavapiatti e assistente di cucina. Ovviamente non è un lavoro ben pagato e neanche tranquillo, anzi possiamo tranquillamente dire che è uno di quei lavori umili e duri. Ma da una parte il bisogno di far entrare un po' di soldi, dall'altra la voglia di vivere dall'interno un'attività nel campo dell'hospitality, mi ha spinto a propormi per ricoprire quel ruolo. Così l'indomani, nell'accompagnare Dede alla fermata dell'autobus, mi sono presentato all'apertura del locale al proprietario, un italo-australiano, forse di poco più grande di me, un po' paffutello e con lo sguardo furbetto e sfuggente. Io mi ero preparato un curriculum curato in tutti i dettagli ed ero perfino anche un po' preoccupato, ma lui non mi ha chiesto nulla, mi ha subito dato un grembiule ed un cappellino nero e mi ha consegnato nelle mani del suo chef, un ragazzo di 27 anni proveniente dal Nepal.
Contento ed eccitato, ho cominciato a seguir il mentore nel retro del locale, dove si trovava la mia postazione. Il primo impatto olfattivo e visivo è stato una specie di onda d'urto che ha smontato il mio impeto iniziale. Un puzzo dolciastro e acre accompagnava la visione di una cucina sporca, con resti di cibo nel lavello, ripiani con macchie scure e unto da per tutto. Infine, dulcis in fundo, nell'angolo sinistro di questo cubicolo, proprio a vista della clientela, giaceva il corpo senz'anima di una bestia schifosa, grande quanto tutto il mio dito indice: uno scarafaggio dalle dimensioni mai viste, riverso sulla schiena con le zampette color caramello, carnose e rattrappite dal rigor mortis, rivolte verso l'alto.
Nell'immediato ho avuto un moto di schifo, ma mi sono fatto anima e coraggio e ho cominciato ad eseguire tutti gli ordini che mi venivano impartiti dal ragazzo.
Non è stato per niente semplice: capire lui, mettere le mani in quello schifo, lavare, preparare gli ingredienti per il cuoco in quelle condizioni, ma sono andato avanti. La giornata è così volata. Al termine, dopo 8 ore e mezzo, il proprietario si è avvicinato e con aria perentoria mi ha detto che l'indomani sarebbe stato il giorno decisivo, il mio D-day, il giorno in cui lui avrebbe deciso se potevo rimanere oppure no.
Così, un po' stanco e con la puzza di quel posto addosso, mi sono diretto velocemente verso casa a farmi una doccia, per levarmi quell'odore di dosso. Non vi dico cosa ho sognato quella notte, posso solo dirvi che i protagonisti del mio incubo erano le bestiole schifose viste in cucina, però questa volta a centinaia.
Il giorno dopo mi sono recato a lavoro e questa volta ero da solo, cioè senza la guida del mio maestro himalaiano. Dovete sapere che il mio lavoro non consisteva solo nel lavare i piatti e nel tagliare le verdure, ma anche nel fare frappè e milk-shake ogni volta che me lo urlavano. Vi sto riportando questo dettaglio perché è proprio qui che è sorto l'intoppo. Durante l'ora di punta, avendo sentito l'urlo del capo in un inglese australiano stretto e pur non avendo capito bene cosa avesse detto, ho afferrato istintivamente che ero stato chiamato in causa per fare uno di quei beveroni. Purtroppo quando sono molto stanco il mio livello di possesso della lingua inglese si abbassa notevolmente, ve ne avevo già parlato nei giorni di Auckland, e quindi non avevo compreso bene se erano due o uno solo i milk-shake richiesti. Sono andato quindi dal proprietario a chiedere chiarimenti, ma non ho fatto a tempo a formulare la richiesta che questo individuo, di fronte a tutto il locale, ha cominciato a minacciarmi, urlando che se gli avessi rivolto ancora una volta una domanda su un compito già spiegatomi, mi avrebbe licenziato. A nulla è valso il mio tentativo di precisare che non avevo chiesto di ripetermi la ricetta della bevanda, ma solo di ripetermi l'ordine. Anzi, la mia replica lo ha infiammato ancora di più e a voce alta ha ribattuto che non mi dovevo permettere di rispondere a colui che mi pagava.
Non vi dico come ero incazzato! Lì per lì ho pensato di levarmi cappellino e grembiule e di mollarlo nel pieno dell'ora di pranzo, in mezzo a tutti i clienti ed i piatti sporchi. Ma sono andato nel mio bugigattolo a calmarmi e a ragionare. No, non potevo andare via così. Ho cominciato a pensare il da fare: "Cosa è meglio fare?" Così valutando i pro ed i contro, ho deciso di rimanere fino al termine della giornata per essere almeno pagato. Non avevo alcuna intenzione di andarmene senza i mie soldi. Una volta avuti in mano il denaro, avrei comunicato la mia decisione di andarmene.
Al termine della giornata, il padroncino si è avvicinato per comunicarmi con aria distratta che l'indomani non sarei dovuto venire, ma che avrei lavorato invece il giorno successivo. Per fortuna alla mia richiesta di essere pagato per i due giorni lavorati, la sua risposta è stata affermativa, ma la cosa non poteva finire lì. Dovevo chiarire l'accaduto, non avevo alcuna intenzione di ingoiare il rospo e basta, così gli ho detto che non avrebbe dovuto permettersi di minacciarmi urlando di fronte a tutto il locale e che per tale ragione non avevo intenzione di continuare a lavorare per lui in quelle condizioni. Non ho fatto in tempo ad iniziare a parlare che il tipino mi ha intimato di uscire dal bar, per di più seguendomi e sbattendo le sedie per terra. Per un attimo ho pensato che volesse mettermi le mani addosso e per questo sono uscito sul marciapiede, alla luce del sole in modo da avere dei testimoni. Lui mi si è avvicinato proprio sotto il naso e con aria minacciosa mi ha chiesto di ripetere ciò che gli stavo dicendo precedentemente. Io, facendo un grosso respiro, ho ripetuto il discorso, riuscendo miracolosamente a placarlo, fino al punto in cui si è apparentemente tranquillizzato. A quel punto mi ha pagato, anzi mi ha anche chiesto di rimanere. Sul momento ho accettato, mi sono fatto pagare e poi mi sono diretto verso casa.
Il giorno dopo, sotto consiglio altrui, ho posto termine al rapporto di lavoro licenziandomi, perché con un personaggio così irascibile non si può mai sapere, non si è mai sicuri. Ovviamente avrei preferito evitarmi l'esperienza negativa, ma in ogni caso anche questa è vita e ne si può trarre lezioni e valutazioni.
Quando ero piccolo, mi capitava spesso di sorprendermi a sognare ad occhi aperti, proprio durante la giornata. Mi scoprivo ad immaginare realtà parallele, in cui io vivevo qualche avventura particolare, oppure fantasticavo di saper suonare o di saper cantare e di esibirmi davanti ad una folla entusiasta ed urlante di mie compagne di classe e di fronte allo sbigottimento dei miei compagni invidiosi.
Quei tempi sono ormai lontani e rappresentano per me un caro ricordo, ma ogni tanto penso che questa mia caratteristica non sia mai passata del tutto. Io continuo a fantasticare, a vagheggiare realtà inconsistenti, continuo a pensare ad esperienze improbabili. Le mie fantasie sono talmente coinvolgenti che alcune volte Dede mi sorprende mentre ho lo sguardo lontano anni luce e le mani accennano a gesti che richiamano a pensieri che viaggiano veloci nella mia mente.
Non che ciò mi dispiaccia, i sogni sono una spinta irrefrenabile della vita di ognuno di noi. Sogniamo tutti, anche i più razionali. Ed io un po' lo sono, in questo penso di aver preso da mio padre: la testa del mio babbo ed il cuore della mamma. Almeno così comunemente figuriamo metaforicamente due caratteristiche che entrambe appartengono al nostro cervello.
Solo che i sogni sono sogni, e sono quindi astratti: sono pieni di colori ma sono inodori, sono luminosi ma non hanno ombre e sfumature, insomma esistono in quanto proiezioni dei nostri desideri, ma non sono la realtà.
Questa è tutta un'altra cosa. L'esistente odora, ma spesso puzza terribilmente, la realtà ha mille colori che neanche la fantasia più florida può riuscire ad immaginare, ma ha anche zone d'ombra, anzi alcune volte c'è buio pesto, non ci si vede niente. La quotidianità è contraddittoria: fiori, emozioni e poi dopo banalità, normalità. Eppure qui c'è il suo fascino. E' ciò che la fa unica, vera, irripetibile, in parola povere: reale.
Eppure lì per lì fatichiamo a rendercene conto, la nostra realtà alcune volte ci sembra piatta; solo dopo da lontano ne capiamo la bellezza, il suo valore. E' come quando si osserva un quadro: da una media distanza puoi apprezzarlo meglio, nei suoi tratti , nelle sue linee, nella sua composizione ed equilibrio d'assieme.
P.S.: Finalmente abbiamo ottenuto il visto studentesco e quindi ora possiamo lavorare in regola!
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